Premessa necessaria: il futsal è uno sport veloce, tecnico, fisicamente brutale in modo educato. Cinque contro cinque su un campo che sembra pensato apposta per esaltare le giocate impossibili e punire ogni distrazione. Se non l’avete mai visto dal vivo, e potete andare a Pesaro a vedere la UEFA Futsal Champions League, fidatevi: è più bello di quanto immaginate.
Il problema è che probabilmente avete visto solo quello italiano. E non è colpa vostra.

“L’Active Network Va ad Espugnare Leini” — E io Chi?
Mi ritrovo a leggere un pezzo sulla Serie A KINTO di futsal. Turno infrasettimanale, roba importante. E mi imbatto in questa frase: “l’Active Network fa sul serio e si prende la copertina del turno infrasettimanale di Serie A KINTO andando a espugnare Leini.”
Mi fermo. Rileggo. Rileggo ancora.
Chi è l’Active Network? Di dove è? E Leini? Dov’è Leini? Non sto scherzando — Immaginate uno che ha passato quarant’anni a seguire il calcio in ogni angolo del globo, e Leini probabilmente non la saprebbe collocare sulla cartina. Spoiler: è vicino a Torino. La squadra che ci gioca è la L84.
Quel lettore occasionale probabilmente è stato costretto ad aprire Google Maps come un turista disorientato in una stazione dei treni straniera. Non è questo il punto di arrivo che sperava per un qualsiasi mercoledì.

Il Calcio Racconta Storie. Il Futsal Italiano Trasmette Comunicati.
Fate questo esperimento mentale con me. Immaginate il Como che vince tre a due in casa del Milan. San Siro ammutolito. Duemila lariani in curva che esplodono. Nei contenuti successivi alla partita ci verrebbe spiegato — spiegato davvero — perché questo è successo. Chi ha sbagliato. Chi ha vinto i duelli. Cosa è cambiato nel secondo tempo. Perché questo risultato conta, cosa dice del Milan di quest’anno, cosa racconta del Como che adesso è lì a mangiarsi i rossoneri in casa loro.
Quella non è cronaca. È narrativa. È la differenza tra leggere un referto medico e leggere un romanzo ambientato in ospedale.
Ora tornate al futsal. “Cesaroni e Ugherani gli eroi di giornata dei viterbesi che conquistano la terza vittoria consecutiva nel girone di ritorno.”
Il risultato? Non pervenuto. La squadra avversaria? Indefinita. Il contesto? Inesistente. Se vi dico che quella frase è un’apertura di articolo e non la riga di un database Excel, vi chiedo di credermi sulla parola.
Questo è il gap. Non tecnico. Non sportivo. Comunicativo. E comunicativo vuol dire tutto.
Da Addetti ai Lavori, Per Addetti ai Lavori
C’è una categoria di comunicazione che esiste in ogni settore di nicchia e che io chiamo “sindrome della rivista di settore”. È quella roba che leggono solo quelli che già sanno tutto. Le riviste di ornitologia. I bollettini delle associazioni di modellismo ferroviario. I comunicati stampa della Divisione Calcio a Cinque.
Non è un difetto morale. È una conseguenza naturale di quando chi comunica conosce così bene il proprio mondo da non riuscire più a vederlo con gli occhi di chi non c’è mai entrato. L’Active Network per loro è ovvia come la Juventus per un italiano medio. Leini è naturale come Milano. Il girone di ritorno della Serie A KINTO è un’informazione che si sottintende.
Solo che io non sono un addetto ai lavori. Io sono, nel migliore dei casi, un potenziale tifoso. Un curioso. Qualcuno che ha cambiato canale per sbaglio e magari si è fermato trenta secondi a guardare questa cosa velocissima. E quei trenta secondi potrebbero diventare trenta minuti, poi una stagione intera, poi un abbonamento. Ma solo se qualcuno mi prende per mano e mi dice: siediti, ti racconto.
Intanto la Kings League Esiste e Loro Boh
La Kings League non è uno sport. È intrattenimento con un pallone. Le regole cambiano ogni stagione. Ci sono i cannonieri scelti dai presidenti come fossero in una bozza di fantacalcio. C’è Ibrahimović che si presenta al sorteggio come se stesse girando un film d’azione scandinavo a basso budget.
Ed è enormemente più seguita del futsal italiano di Serie A.
Questo dovrebbe far riflettere qualcuno, in qualche stanza, in qualche riunione. Non perché la Kings League sia meglio — non lo è, non può esserlo, perché il futsal è uno sport con una storia — ma perché la Kings League ha capito una cosa fondamentale: la gente non vuole guardare lo sport. Vuole vivere una storia mentre lo sport succede.
Il format racconta da solo chi sono i personaggi, perché dovrei tifare, cosa c’è in gioco. Il futsal italiano mi lascia con Google Maps aperto e la domanda esistenziale su dove diavolo sia Leini.

Gli Influencer, Il Palazzetto Mezzo Vuoto e L’Onanismo Mediatico
A un certo punto qualcuno ha avuto l’idea di reclutare creator e influencer per avvicinare il futsal a un pubblico più giovane. In teoria, ottimo. In pratica, il risultato assomiglia a quegli spot televisivi degli anni Novanta in cui un personaggio famoso mangiava qualcosa davanti alla telecamera con l’entusiasmo di chi sta per prendere un aereo che non vuole prendere.
I contenuti raccontano quanto è bello essere un giocatore che va alla Supercoppa, alla Coppa Italia, in giro per l’Italia. Che vedi gli altri. Che è un’occasione d’incontro. Come se il futsal fosse un evento di networking con le scarpe da ginnastica.
Le immagini sono i palazzetti — spesso semi-vuoti, perché questa è la realtà, ed è una realtà che si potrebbe trasformare in materiale narrativo potente invece di essere accuratamente ignorata. Le clip sono giocate di pochi secondi senza contesto. Sostituite il campo di futsal con quello di pallamano, il palazzetto con un altro palazzetto: l’effetto è identico. Zero contesto. Zero storia e zero motivo per tornare domani.
È quello che un vecchio professore di letteratura avrebbe chiamato, con il suo vocabolario implacabile, onanismo puro.

Il Bologna Avrebbe Occupato le Prime Pagine Per Mesi
Voglio fare un esempio concreto, perché i concetti astratti sono il rifugio dei codardi.
Se il Bologna avesse cambiato allenatore a metà stagione — per dire, Vincenzo Italiano via con polemiche, tensioni con la proprietà, dichiarazioni al vetriolo — se ne sarebbe parlato per settimane. Analisi tattiche. Interviste ai giocatori. Retroscena. I retroscena dei retroscena. Puntate speciali dei podcast. Sgocciolatura mediatica garantita fino al termine della stagione successiva.
La stessa cosa è successa a Genzano — una squadra di futsal, nel caso non lo sapeste, che milita nella Serie A di cui sopra — e il silenzio è stato così assordante da sembrare intenzionale. Non una riga di contesto, non una analisi. Non un “aspettate, questa storia è interessante.
Invece abbiamo avuto le dichiarazioni di un allenatore di A2 di cui non ricordo il nome e di cui, confesso senza vergogna, mi importa esattamente quanto mi importa sapere il cognome del massaggiatore di una squadra di Lega Pro.

Una Parola Sui “Puntoni”
Devo dirlo. Non posso non dirlo.
In uno di questi articoli ho letto la parola puntoni. Come sostantivo. In un testo che presumibilmente ha superato una qualche forma di revisione editoriale, ammesso che esista.
Il maestro Perboni — quello del libro Cuore di Edmondo De Amicis, per chi fosse arrugginito sulle letture delle elementari — se l’avesse trovata in un tema di uno dei suoi alunni, avrebbe estratto la bacchetta con la velocità e la precisione di pistolero nella frontiera americana. E i “puntoni” sarebbero stati necessari a suturare la ferita.
La cura della lingua non è un vezzo aristocratico. È rispetto per il lettore. È il minimo sindacale della comunicazione. Se vogliamo che qualcuno legga quello che scriviamo, dobbiamo scrivere come se qualcuno potesse leggerlo.

Cosa Basterebbe Fare (E Perché Non Costa Nulla)
Non sto chiedendo budget hollywoodiani. Non sto chiedendo il reparto comunicazione della Premier League. Sto chiedendo cose microscopiche.
Quando scrivi che l’Active Network ha vinto, dimmi che è di Viterbo. Dimmi che ha vinto tre a due. Dimmi che è la sua terza vittoria di fila e che la classifica adesso dice qualcosa di interessante. Dimmi perché dovrei preoccuparmi del girone di ritorno.
Quando cambiano l’allenatore a Genzano, spiegami, cosa voleva costruire, perché è andato via. Dammi una ragione per essere curioso.
Quando il futsal va in televisione o sui social, non mostrarmi solo le giocate. Mostrarmi i volti. Le storie. Quello che c’è in gioco. L’Active Network di Viterbo che va a vincere a Leini, vicino a Torino, nella fredda sera di un martedì infrasettimanale — quella è una storia. Ha tutti gli ingredienti. Ci manca solo qualcuno che la racconti.
Manca la storia
Manca solo il ponte. Manca la storia. Manca qualcuno che dica: ehi, siediti, lascia perdere Google Maps, ti spiego io chi è l’Active Network e perché dovresti volere che vinca.
O perda. Dipende dai vostri trascorsi con Viterbo.

