151 Vittorie e una Sconfitta

Quando Perdere Diventa la Vera Vittoria: 151 Partite e una Lezione di Vita

La Sindrome del Già Scritto

Sono abbastanza sicuro di averne già scritto, di questo film. Probabilmente su quel blog che non c’è più, quello che finge d’esserci ancora e che nessuno ha mai archiviato quindi Google l’ha dimenticato volentieri perché tanto non sapevo cosa fosse la SEO. Quindi eccomi qui, a riscrivere la stessa storia come se fosse la prima volta, con la sensazione straniante di chi rivede un sogno già sognato ma non riesce a ricordare come andava a finire.

When The Game Stands Tall è su Netflix, e se non lo trovate lì c’è sempre quella piattaforma pirata che tutti usiamo ma nessuno ammette di avere. È un film del 2014, diretto da Thomas Carter, con Jim Caviezel nei panni del coach Bob Ladouceur. Ma prima di essere un film è stato un libro — scritto da Neil Hayes — e prima ancora di essere un libro è stata una storia vera, incredibilmente vera.

Centocinquantuno Partite Senza Perdere

Centocinquantuno. Scrivetelo con le lettere se i numeri non vi bastano: centocinquantuno partite senza mai perdere. Dal 1992 al 2004, la De La Salle High School di Concord, California — nord della California, non sud, dettaglio che conta quando parli di football americano — non ha perso una singola partita.

Pensateci davvero, per un attimo. Non è che parliamo di una squadra professionistica con roster stabili e contratti milionari. Parliamo di adolescenti. Ragazzi delle superiori. Ogni anno entrano matricole nuove, ogni anno escono i senior, ogni anno il mondo cambia e tu devi ricominciare da capo. Eppure, dodici anni, zero sconfitte.

La cosa inquietante non è la serie di vittorie in sé — quella è roba da record Guinness, da titoli sui giornali, da documentari ESPN. La cosa inquietante è cosa succede dopo, quando quella serie s’interrompe. Ed è proprio lì che il film, e soprattutto il libro, decidono di posare lo sguardo.

La Storia che Nessuno Racconta (Quella degli Sconfitti)

Noi raccontiamo sempre Davide, mai Golia. Raccontiamo la rimonta, mai il crollo. Raccontiamo Rocky che vince, non Apollo che perde e deve imparare a convivere con l’essere stato battuto da un tizio di Philadelphia che parla con le tartarughe.

When The Game Stands Tall fa una cosa rara: racconta la sconfitta. Anzi, racconta cosa significa sopravvivere alla sconfitta quando hai sedici anni e per tutta la tua vita cosciente hai fatto parte di una leggenda vivente. Quando ogni adulto intorno a te — genitori, allenatori, giornalisti, l’intera dannata comunità — ha trasformato il tuo gioco in qualcosa che non ti appartiene più.

Il 4 settembre 2004, la Bellevue High School di Washington mise fine alla striscia. Immaginate di essere uno di quei ragazzi. Adolescenti schiacciati da una pressione che nemmeno loro capiscono bene, portatori inconsapevoli dell’orgoglio di un’intera nazione che improvvisamente scopre di essere vulnerabile.

Bob Ladouceur — il vero Bob, non quello cinematografico — ha allenato a De La Salle per 34 anni, dal 1979 al 2013, con un record complessivo di 399 vittorie, 25 sconfitte e 3 pareggi. Una percentuale di vittoria del 99,5%. Non è umano. Eppure lo era, eccome: nel film viene raccontato il suo infarto, la sua fragilità, il suo tentativo disperato di far capire ai ragazzi che vincere non è il punto.

Una Scuola Cristiana in un’America che Forse Non Esiste Più

La De La Salle è una scuola fondata dai Fratelli delle Scuole Cristiane, l’ordine di San Giovanni Battista de La Salle, patrono degli educatori. A guardare il film oggi — nel 2026, con tutto quello che è successo in America negli ultimi anni — sembra di osservare un’epoca archeologica. Non parlo solo di politica, parlo di un tessuto sociale, di un modo di concepire l’educazione, la comunità, il ruolo dello sport nella formazione dei giovani.

Ladouceur non parlava di schemi di gioco, parlava di vita. Di rispetto, di disciplina, di fondamentali. “Ci concentriamo sui fondamentali con una disciplina che i nostri avversari non hanno. E abbiamo allenatori che rispettiamo profondamente, che ci insegnano un gioco che amiamo davvero,” ha detto uno dei suoi giocatori. Sembra troppo semplice, vero? Eppure ha funzionato per dodici stagioni consecutive.

Il Rituale del Divano

Quindi, la prossima volta che siete sul divano a scrollare disperatamente la home di Netflix — quel momento esistenziale in cui hai più voglia di cercare qualcosa da guardare che di guardare effettivamente qualcosa — date una chance a questo film.

Non è perfetto. È un film hollywoodiano, con tutte le concessioni narrative del caso: momenti romanzati, drammi amplificati, qualche personaggio inventato per esigenze di sceneggiatura. Ma sotto c’è qualcosa di vero, qualcosa che Neil Hayes ha documentato con accesso illimitato alla squadra, intervistando leggende come Bill Walsh e John Gruden.

Perché Dovremmo Leggere il Libro (Spoiler: Dovreste)

Il libro è un’altra cosa. Il libro — pubblicato originariamente nel 2003 e poi aggiornato nel 2014 per l’uscita del film — è quello che il cinema non può essere: lento, riflessivo, pieno di dettagli apparentemente inutili che poi si rivelano essenziali. Hayes ha seguito i Spartans dall’interno, ha visto gli allenamenti, le riunioni, i momenti di crisi.

Se volete leggerlo, fatevi un giro su Goodreads o Barnes & Noble. E se non lo trovate, beh, scriveteci pure. Ve lo troviamo noi. O almeno ci proviamo, con quella stessa caparbietà da 151 partite che probabilmente non ci appartiene ma che ci piace fingere di avere.

La Lezione (Che Non È Quella che Pensate)

Alla fine, When The Game Stands Tall non parla di sport. Parla di cosa succede quando la narrativa della perfezione crolla e devi scoprire chi sei davvero. Parla di ragazzi che hanno dovuto imparare che perdere non significa fallire. Parla di un allenatore che ha capito — forse prima di tutti — che il vero successo non si misura in vittorie consecutive ma nella capacità di rialzarsi dopo la prima sconfitta.

E parla, soprattutto, di noi che guardiamo. Di noi sul divano, con le nostre piccole strisce di vittorie personali che cerchiamo disperatamente di non interrompere. Di noi che abbiamo paura della sconfitta più di quanto desideriamo la vittoria. Di noi che, forse, dovremmo imparare a raccontare meglio le nostre cadute invece di fingerle inesistenti.

La De La Salle ha continuato a vincere dopo quella sconfitta. Non sempre, non per sempre. Ma ha continuato. Che, alla fine, è tutto quello che si può chiedere.

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