Non perderti un momento: streaming e sport giovanile

Non perderti un momento

Mia madre ha ancora una cassetta VHS. C’è scritto sopra, con un pennarello nero: “Torneo 1993.” Non funziona più nessun lettore in casa, ma lei la tiene lo stesso, in un cassetto, tra le cose che non si buttano.

C’era un uomo con una telecamera, quel giorno. Un padre, forse uno zio. Ha ripreso tutto in piano sequenza, senza stacchi, dal bordo del campo. Si sente il vento. Si sente qualcuno tossire. Si vede poco.

È il documento di un pomeriggio che è già sparito.

Adesso ogni partita è in diretta. Non solo le finali. Tutto: le amichevoli, i tornei estivi, i recuperi del mercoledì mattina. Telecamere fissate sui pali. Algoritmi addestrati a seguire il pallone. App che permettono a una nonna di Milano di guardare suo nipote giocare a Catanzaro, in alta definizione, sul telefono, mentre aspetta l’autobus.

Un mercato che negli Stati Uniti raccoglie dieci miliardi di dollari. Qualcuno, lì, ci ha già costruito sopra una carriera.

La logica è semplice: ogni momento conta. Lo dicono quelli che vendono le telecamere, e hanno ragione. Per questo le montano. Per questo le vendono.

Non so se sia una buona notizia.

C’è qualcosa di strano nel sapere che ogni gol viene conservato. Che ogni errore è archiviato. Che il pomeriggio in cui un ragazzo ha sbagliato il rigore decisivo non è più solo una storia imbarazzante da raccontare a cena: è un file. Esiste ancora, da qualche parte, in una cartella.

La VHS di mia madre non funziona più. Quello che è successo quel pomeriggio del 1993 si vede solo attraverso quello che ricordano le persone che erano lì. E ogni volta che lo raccontano, il gol diventa un po’ più bello, il portiere un po’ più alto, il campo un po’ più largo.

Mi sembra un meccanismo giusto. La memoria che corregge, che ingrandisce, che sceglie cosa tenere.

Adesso c’è la replica automatica. C’è la clip già pronta da mandare all’allenatore del livello superiore. Si chiama recruiting. Si chiama futuro. Si chiama non perderti un momento.

Il bambino sul campo, quello che corre e non sa ancora se è bravo o no, adesso corre anche su uno schermo che non vede. Viene osservato. Viene valutato. Viene conservato.

Forse è un bene che suo padre, che lavora a trecento chilometri di distanza, possa guardarlo giocare ogni sabato. Forse questo vale tutto il resto.

Non lo so.

Quel pomeriggio del 1993, mia madre non era al torneo. C’era un equivoco con l’orario. Arrivò quando stava finendo l’ultima partita. Trovò solo le cassette.

Disse che erano bellissime.

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