No, non è una provocazione. Dovresti spiegarlo a quelli come me, quelli che ci devono pensare un po’ per trovare il respiro successivo. Quelli che ascoltano troppo e vorrebbero sentire meno. Quelli con troppe domande e così poche risposte.
Non capisco molto e lo dico senza falsa modestia, è una condizione strutturale. Sono uno di quelli che fa la stessa domanda in tre modi diversi sperando che una di queste produca una risposta, e invece producono solo altre domande.
Le fondamenta non fanno notizia
Però ho capito una cosa. In fondo a qualsiasi disciplina ci sono i più forti, non i più bravi tecnicamente, intendo i più forti nel senso pieno, quelli che reggono il peso di quelli che saltano sulle loro spalle per arrivare alla luce. Che sia una luce della ribalta o semplicemente una luce di vita.
Le fondamenta servono per erigere i muri. Non tutti i muri sono buoni, ma quelli con sopra un Banksy forse lo sono. Senza fondamenta però non puoi fare nulla e questa è una di quelle verità talmente ovvie che continuiamo a dimenticarla.
Il CLT di Terni viene dall’Acciaieria. Nasce da lì, da quella città che sa cosa vuol dire reggere un peso enorme, produrre qualcosa di solido in condizioni difficili, e ricominciare quando il mercato o la storia ti dicono che forse è finita. Una squadra di calcio a 5 femminile che ne è emanazione porta quel DNA anche quando scende in Serie C. Anche quando ed è giusto dirlo, perché fa parte della storia, l’anno prima era in B e non aveva mai vinto.
Non lo dico per affossare. Lo dico perché è esattamente il tipo di dettaglio che di solito sparisce dalla narrazione sportiva e invece è il cuore di tutto.

Tredici piccole donne, nel senso del romanzo
Curioso, per quelli come me, fermarsi a guardare tredici piccole donne — nel senso del romanzo di Louisa May Alcott, uno dei libri che ho amato meno, anzi no, diciamolo chiaramente: non mi è piaciuto, e non so se è colpa mia o sua ma propendo per colpa mia e realizzare che forse sono la cosa migliore di questo sport. Del tuo sport.
Già, perché è sicuramente più tuo che mio. Forse è soltanto loro, di quelle che alla fine del mondo giocano su un campo in pendenza e quel campo in pendenza esiste davvero, nella C abruzzese femminile, ed è diventato nella mia testa la metafora perfetta per tutto questo: strutture che non sono state pensate per te, che tu accetti perché non hai alternative, ci corri su comunque, oppure ti sottoponi a interventi chirurgici per tornare a svirgolare un pallone su un parquet di una palestra comunale, con le luci che ronzano forte come in un romanzo di WIlliam Gibson. Altra storia vera.
La frase che non avrei saputo scrivere meglio
“I look at you and I see two men: the man you are, and the man you ought to be. Someday those two will meet. Should make for a hell of a football player.”
Viene dal film The Replacements, un film che nessuno cita mai in modo elegante, me compreso e quando qualcuno dice qualcosa così bene non c’è bisogno di inventare altre parole per dirlo.
La cosa che mi ha sempre colpito di quella frase non è la seconda parte, quella da poster motivazionale. È la prima. La distanza tra chi sei e chi potresti essere. E poi c’è quella parola lì all’inizio: man. Uomo. Ripetuta due volte. Perché prima di essere giocatore sei un essere umano e questo il futsal femminile alla fine del mondo sportivo lo sa meglio di molti sport che finiscono sulle prime pagine.

Imparare a perdere contro la mia volontà
Odiavo mia madre ogni volta che ripeteva che dovevo imparare a perdere. Le ho sempre risposto: io voglio imparare a vincere. Mi sembrava l’unica risposta logica. Mi sembrava quasi ovvio.
Poi l’agonismo sportivo mi ha spiegato, con quella pazienza brutale che ha, che per imparare a vincere avrei perso. Spesso. Si impara ad andare al campo pensando di vincerla e si torna a casa con una lezione appresa se si è perso.
Tredici giocatrici che l’anno scorso non hanno vinto una partita in Serie B e quest’anno hanno vinto un campionato intero sanno una cosa su questo che molti non sapranno mai del tutto. Non dal divano, almeno.
La domanda
Non so se t’ho compreso, se è possibile capire qualcosa davvero, fino in fondo. Com’è indossare le tue scarpe, portarle fino a quel campo, guardarle negli occhi e fare il meglio possibile per loro, perché a loro in qualche modo importa così tanto da chiudersi in macchina una sera fredda d’inverno e venire da te, da voi. Da te e dal pallone.
Ora che hai provato a spiegarmi perché tu sei lì, al freddo, su quel campo, voglio fare la domanda a una di loro.
Perché lo fai? Perché respiri, a fatica, dietro a un pallone.
Hai letto il pezzo di Nicola? Lo trovi qui: Perché lo fai. Vale dieci minuti del tuo tempo.

