Un tempio. Lo dice lo striscione, in alto sulla tribuna, con quella certezza un po’ testarda dei cartelli affissi in luoghi che nessuno frequenta. “Genzano Tempio del Futsal.” Le lettere ci credono. Gli spalti no.

Passato l’orario scolastico il palazzetto si svuota con la stessa irruenza con cui si svuota una classe all’ultima campanella: fuori, subito, altrove. I bambini erano sugli spalti per ragioni che con la Coppa Italia di futsal femminile di massima divisione avevano poco a che fare. Lo capisco perfettamente. Meglio una mattina rumorosa in un palazzetto che una in classe, e quando hai quell’età qualunque pretesto è un pretesto accettabile. Il calcolo è semplice. Lo fanno anche gli adulti, solo con più ipocrisie a coprirlo.

La liturgia è consolidata, rodatissima, come certi riti sopravvissuti alla dottrina che li aveva generati. Squadre separate da voragini in termini di punti, si trovano su un campo all’ora in cui il corpo è ancora in trattativa col sonno. Si gioca una partita il cui esito è già noto a chiunque abbia letto una classifica nell’ultimo mese. Abbracci e targhe, di circostanza, prima e dopo. Il tabellone conferma quello che tutti sapevano. Poi il palazzetto resta vuoto.

C’è però chi, da una regione che esiste, ammettiamolo, solo tecnicamente, si carica in macchina e percorre chilometri insensati fino alle colline genzanesi, che non sono, a voler essere onesti, un polo d’attrazione spontanea. Alla passione non si comanda. Non smette nemmeno quando dovrebbe.

Aspettavo le storie di Benedetta. L’ho scritto e subito ho pensato a In cucina con Benedetta, il programma della Parodi, e adesso non riesco a togliermela dalla testa. Ma resto in attesa lo stesso. Perché nonostante non saremo mai d’accordo su quasi nulla, ogni tanto lei riesce a essere comica nel modo più calibrato. Quando non è pesante come una lezione di latino, è leggera come dovrebbe essere sempre. Aspetto.

Lo spettacolo del futsal femminile. È uno degli slogan portanti, quello che compare nei comunicati e nelle presentazioni alle federazioni. Va bene. Ma se lo spettacolo c’è, davvero, la domanda che ne segue è questa: perché gli spalti sono vuoti? Le due cose non possono essere vere insieme, non funziona così. Un teatro vuoto può avere uno spettacolo bellissimo in scena, ma a quel punto ha un problema di distribuzione, o di qualità, o di entrambe. Il problema comunque esiste.

We Are Futsal. Ha un ritmo, ci sta. Mi fermo sul WE. Chi sono, esattamente, questi WE? Gli appassionati del futsal femminile in Italia sono così pochi che li puoi chiamare per nome, uno per uno. Il rimando culturale di “We are…” punta verso “We The People”, prima riga del preambolo alla Costituzione americana. Lì il WE aveva senso quantitativo e storico. Qui siamo in un palazzetto a Genzano con gli spalti vuoti. Un filo pretenzioso, ecco.

Il riempire le tribune con le scolaresche lo hanno abbandonato anche in Cina. A praticarlo con convinzione sono rimasti la Corea del Nord e la Russia, due modelli di successo democratico sempre utili come riferimento. Nel futsal italiano funziona ancora, ma in orario scolastico ovviamente, che ha il vantaggio di sembrare meno coercitivo. Forse il problema è che lo spettacolo non è quello che pensiamo sia. Che sia uno sport diverso da quello maschile è un dato, non una critica, ma venderlo con gli stessi argomenti, le stesse categorie narrative, gli stessi slogan può non essere l’idea migliore. I numeri dicono qualcosa. Converrebbe ascoltarli.

C’è chi chiede più risorse, più sostegno, proprio per questa disciplina al femminile. È una richiesta legittima in astratto. In concreto, se il ritorno dell’investimento è una pira funeraria alimentata con i soldi dell’ennesimo mecenate, l’operazione merita almeno un riesame. Questo modello si ripete uguale da anni. Non è che il maschile stia brillantemente meglio, ma arranca con meno spettacolarità, in questo momento.

Il racconto del futsal femminile italiano assomiglia a certi schemi piramidali: il rimando continuo a quello che il movimento dovrebbe essere, mai un’analisi di quello che il movimento è, oggi, con questi numeri. È il linguaggio degli imbonitori, non necessariamente in malafede, che spesso è il problema più che la soluzione, perché la buona fede rende impossibile vedere la distanza tra la promessa e la realtà. La paura che un’analisi onesta spaventi il prossimo finanziatore è comprensibile. Non è però una strategia.

Per la finale le tribune si riempiranno. Una partita l’anno. Come sempre. Come da sempre.

Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.