Che cos’è il dolore?

E’ la misura di quanto tu tieni ad una persona o a una cosa?
E’ la misura di quanti minuti puoi resistere sott’acqua senza prendere fiato, abbracci, occhi negli occhi?
E’ quel pallone che entra a pochi secondi dalla fine nella tua porta.
E’ il ginocchio che fa crack?
E’ quella canzone che ti scava dentro ogni volta che la rimetti da capo e sembra l’abbia scritta tu?

Perché le cose ti si attaccano addosso cosi? Perché niente scorre via come un temporale di qualche minuto ma tutto quel che succede ti prende a pugni in faccia, ti sbatte al muro e ti lascia con tante domande irrisolte ed il cuore in tumulto?
Quelli che se la cavano con una risposta secca direbbero che è il tuo mestiere, quello di decidere, sentenziare e portare tutto dalla tua parte in un attimo.
Io una mia parte non ce l’ho, vago da un ginocchio rotto, ad un’operazione urgente, una maternità improvvisa a un’amore terminato che brucia nelle tempie e che non permette di pensare ad altro.

Che cazzo di mister sei?

Non lo so nemmeno io, è la verità!
Perché il confine è farsi fagocitare da tutto questo vortice oppure mettersi sulla prua ed osservarlo ma io sono abituato a sporcarmelo il cuore, insudiciarlo, sbatterlo a terra e vedere se ancora resiste.

Forse il peggior esempio di come si ottiene una vittoria, ma poi qual è la vittoria in un campionato dove ci dividiamo tra i turni a lavoro, le liste d’attesa per le operazioni, i campi improbabili, gli avversari che oggi ci sono e domani non più perché è saltato lo sponsor di turno?

Mi sto logorando l’anima dietro al dolore e ancora non ho capito cosa sia davvero il dolore.
Cos’è?

La sconfitta di domenica o il pianto che ci siamo fatti abbracciati dietro al pulmino mentre mi dicevi non è un addio, il tempo di partorire e torno?
E’ la palla sfuggita di mano che ci è costato il 2-0 oppure le stampelle che suonano ad ogni passo e mi ricordano che li a sfondarti quel maledetto crociato ti ci ho messa io?
Qual è esattamene la misura per cui devi distinguere il male che senti dentro con il bene che cerchi di fare ogni giorno?
Non lo so davvero, perché adesso fermati e pensa, a chi frega niente di quel pallone che entra oppure no se non a noi?

E sai perché per noi è cosi importante?

Perché dentro si trascina tutta sta roba qua, promesse, occhi bagnati, crociati rotti, chilometri avanti e indietro, occhi che si promettono amore e poi si incartono su se stessi e fuggono in direzioni più sicure.
Più sicure ma meno impegnative perché l’amore un prezzo ce l’ha ed è quello di non riuscire a sentire più nulla dopo che passa, c’era una vita prima e non c’è più niente dopo.
Oddio sembra eccessivo, non è che non c’è nulla, tutto continua, tutto scorre, suona la sveglia, si cadenzano gli appuntamenti ma è tutto vuoto, tutto come quel pacchetto di cracker nella credenza che somiglia a quello del giorno prima e del giorno prima ancora.

Non so più se sono capace di fare bene il mio lavoro ma una cosa nuova l’ho imparata quest’ anno, tutto ciò che arriva senza sacrificio, tutto ciò che è facile, tutto quello che non ti porta dolore e amore non vale la pena di esser vissuto.
Ho una squadra piena di amore e di dolore, ogni squadra è a immagine e somiglianza del suo mister, dicono quelli bravi.

Se potessi il dolore me lo prenderei tutto sulle spalle che tanto già così è insopportabile, se potessi continuerei a dirvi che vale la pena amare ciò che si fa, ciò in cui si crede anche quando ti torna addosso come un boomerang.

Una risposta però per voi non ce l’ho, io continuerò a sporcarmi la vita, la camicia, la testa per vedervi felici perché ci sono due tipi di allenatori, quelli che allenano i numeri e quelli che si stringono forte le persone.

Ha ragione Chiara, sentiamo tutto dannatamente troppo, persino il fischio dell’arbitro ci sembra quello del treno che porta via qualcuno o qualcosa che amiamo.
Stacca il bluetooth e prova a dormire.