Futsal italiano, contenuti vuoti e social media: il calcio a 5 che parla solo a se stesso

Lunedì. Il giorno in cui il calcio decide chi sei

C’è qualcosa di ritualistico nel lunedì post-partita. Mi sveglio, apro il telefono come si apre un giornale del secolo scorso — con quella speranza vaga che nel frattempo sia successo qualcosa di interessante. Di solito è così. Di solito è successo esattamente quello che doveva succedere, e allora perché mi sveglio ancora con quella speranza? Non lo so. Forse perché sono fatto così. Forse perché sono tifoso, che è un’altra parola per dire “masochista con una scusa sportiva”.

Questa domenica, però, la Serie A ha deciso di darmi soddisfazione. Non sul campo — sul campo si vince, si perde, ci si annoia come sempre — ma fuori. Nel circo parallelo che ormai vale più della partita stessa.

Facciamo ordine, per quanto sia possibile fare ordine nel caos.

Bastoni, il silenzio stampa e il premio per aver fatto il furbo

Partiamo dall’Inter. Alessandro Bastoni è al centro di una tempesta mediatica da quando, nel derby d’Italia, contro la Juventus del 14 febbraio, ha simulato un contatto per far espellere Pierre Kalulu con il secondo giallo — episodio sul quale il VAR non poteva intervenire per protocollo, dato che riguardava un’ammonizione. Fin qui, calcio. Furbizia antica quanto il gioco stesso.

Il problema è che poi la Regione Lombardia ha pensato bene di assegnargli un premio, con tanto di dichiarazioni istituzionali sul fatto che “ammettere l’errore non è scontato e dimostra rispetto per lo sport”. Ora, capisco tutto. Capisco la realpolitik, capisco che Bastoni è lombardo e che i politici amano i campioni locali. Ma premiare qualcuno per aver confessato una simulazione mi sembra un po’ come dare la palma d’oro al ladro che ha restituito solo parte del portafoglio. Il Ministro dello Sport Abodi ha tenuto a precisare che il difensore “ha avuto la lucidità di ammettere di aver sbagliato”, il che è bello, certo, ma non cambia quello che è successo sul campo.

L’Inter intanto tace con i giornalisti, reclama il rigore non concesso contro l’Atalanta, e nel frattempo resta in testa alla classifica. Con la sconfitta del Milan contro la Lazio, i nerazzurri si tengono a distanza in classifica e il campionato ha praticamente sventolato bandiera bianca. Insomma: l’Inter vince lo scudetto mentre fa la vittima. È un’arte.

Fabregas fa la morale. Sì, quel Fabregas

Il secondo atto del lunedì è stato quello di Como-Roma. A fine partita, con il Como vincitore per 2-1 e la Roma in dieci uomini per l’espulsione di Wesley, Gasperini ha deciso di andarsene negli spogliatoi senza stringere la mano a Fabregas.

Fin qui comprensibile. Uno è arrabbiato. Capita. Ma poi Cesc si è presentato davanti alle telecamere e ha detto — cito — che “l’ho trovata una cosa antisportiva”, aggiungendo che lui la mano la stringe sempre, anche quando è arrabbiato, anche quando è espulso, anche quando pensa che l’avversario l’abbia fatto fesso. “Io sono andato a salutarlo come faccio sempre e l’ho visto andare via. In partita si combatte ma poi ci si stringe la mano. Ricordiamoci che i ragazzi ci seguono.”

Apprezzo il messaggio. Davvero. Peccato che chi parla sia Cesc Fàbregas — uno che da alleantore ha deciso che tirare la maglia ad un avversario che s’invola in campo, non sia eccesso di agonismo, ma stile di vita. Ora vuol spiegare i valori dello sport. Gasperini dal canto suo ha risposto attraverso l’ANSA con la sua consueta eleganza diplomatica: “Il Como è una squadra forte, ma non stimo i loro comportamenti, in campo e in panchina.

Due grandi ambasciatori del fair play. Entrambi a torto. Entrambi a ragione. È la Serie A, è la sua bellezza.

Leao, Pulisic e le bottigliette prese a calci

Il terzo atto è il Milan. O meglio: è Leao, che è ormai un genere letterario a parte. Contro la Lazio all’Olimpico, Rafael Leao ha giocato una gara insufficiente, si è lamentato con i compagni — in particolare con Pulisic, che non gli confezionava i passaggi giusti — e quando Allegri l’ha sostituito ha rifiutato l’abbraccio dell’allenatore, ha preso a calci bottigliette e ha sbattuto i pugni in panchina.

Lo capisco, sia chiaro. Io stesso, quando perdo con compagni che non mi assistono bene, ho impulsi simili. Il problema è che io non vengo pagato sette milioni l’anno e non sono il presunto leader tecnico di un club con la storia del Milan. Poi, stando alle ricostruzioni, il battibecco sarebbe continuato negli spogliatoi, con Allegri costretto a fare da mediatore tra i due.

L’agente di Allegri, con quella delicatezza che contraddistingue il mondo del procuratorato sportivo, ha dichiarato che Leao “è ovviamente una risorsa del club ma quest’anno non sta dando un grandissimo apporto”. Che tradotto significa: stiamo cercando di venderlo ma non ci riesce nessuno.

E poi c’è il futsal

Ora. Tutto questo — Bastoni, Fabregas, Leao, le bottigliette calpestate, i premi regionali per la confessione — è pazzesco, discutibile, inutile forse. Ma almeno interessa. Almeno c’è qualcosa di cui parlare. Almeno genera quella cosa strana e antica che si chiama discussione.

E quindi proviamo a fare lo stesso esercizio col futsal italiano, con la Serie A di calcio a 5. Apro i siti di settore, leggo i titoli della settimana, e trovo questo tipo di poesia:

“La prima di sei finali.” “Certi blackout pericolosi: dobbiamo lavorarci su.” “Ho avuto risposte positive.” “È una finale anticipata, vincerà chi sbaglierà meno.” “Infinita fiducia nei miei.”

Titoli presi a caso, preciso. Ma potevano essere presi da qualsiasi stagione degli ultimi dieci anni. Potevano riferirsi a qualsiasi squadra, a qualsiasi giornata, a qualsiasi sport di squadra praticato su qualsiasi superficie. Se togliete il nome della squadra, non rimane nulla. Nemmeno un’idea. Nemmeno una domanda.

Il problema non è la quantità. È la nicchia che mangia se stessa

Il calcio a 5 in Italia ha sviluppato una filosofia editoriale che potremmo definire panetteria di contenuti: se faccio cento panini e uno viene venduto, ho comunque venduto un panino. Peccato che non funzioni così.

Ho capito cosa sta succedendo quando ho scoperto — e confesso che ci ho messo un po’ — che alcuni siti di settore contano una view anche se si fa il refresh della pagina. Non sto speculando: è verificabile. È come contare le partite vinte includendo anche quelle in cui si è perso di poco. I numeri ci sono, ma non dicono nulla di reale.

La Divisione Calcio a 5 ha adottato la stessa logica per lo streaming: manda in diretta Serie A, A2 Elite, A2, B, C, D e così via, somma tutte le visualizzazioni e annuncia il “MAXI successo”. È una matematica creativa che farebbe invidia a certi bilanci societari del calcio professionistico. Il problema è che i numeri reali — quelli che contano davvero — raccontano un’altra storia.

Un post che raggiunge cinquantamila persone sui social, in termini di valore pubblicitario reale, vale letteralmente quanto un cappuccino. Non è una metafora: il coinvolgimento medio su Instagram si attesta intorno allo 0,48-0,50%, e il calcio a 5 compete in un ecosistema dove la media già bassa viene ulteriormente compressa dall’irrilevanza tematica per chi non è già dentro la nicchia.

Siamo passati dai Social Media agli Interest Media. Il futsal non l’ha ancora capito

Ecco il punto che mi sembra più trascurato, e che trovo genuinamente affascinante anche se suona tecnico: negli ultimi due anni gli algoritmi delle grandi piattaforme hanno subito un cambiamento radicale di paradigma. Non distribuiscono più contenuti in base a chi li pubblica, ma in base a di cosa parlano e a chi potrebbe interessare quel tema.

Instagram ha riscritto le proprie logiche di distribuzione, prioritizzando i contenuti in base agli interessi dichiarati e impliciti degli utenti, non in base al numero di follower di chi pubblica. Questo significa che non esiste più l’influencer con centomila follower che “porta fuori dalla nicchia” un argomento di settore. Non funziona più così.

Se la Divisione Calcio a 5 ingaggiasse Kylie Jenner per parlare di futsal — ipotesi folle ma utile — l’algoritmo distribuirebbe quel contenuto ai fan di Kylie Jenner e agli appassionati di futsal. Fine. Non ci sarebbe alcun effetto trascinamento verso nuovi pubblici, perché chi segue Jenner non lo fa per scoprire le sue passioni sportive. Anche il Power Slap di Dana White, che conta oltre sette milioni di follower su Instagram, ha costruito quel pubblico attorno a un argomento preciso — la gente che schiaffeggia altra gente in faccia — non grazie a un influencer che lo ha “consigliato.

Il futsal dovrebbe fare la stessa cosa: costruire interesse attorno alla disciplina, non attorno ai numeri di chi la promuove.

“Un derby non ha bisogno di stimoli”

C’è una frase che sento ogni anno, in ogni sport di nicchia, pronunciata da allenatori, dirigenti e addetti stampa di ogni latitudine geografica: “Un derby non ha bisogno di stimoli.

È la frase più pigra del mondo sportivo. È un modo per dire: non ho niente da raccontare, ma almeno posso evocare la sacralità dell’evento. Il problema è che chi non è già dentro quella storia — chi non sa già cosa significa quel derby, quella rivalità, quella città — non ha nessun motivo per fermarsi a leggere.

Il racconto sportivo interessante non parte dall’evento. Parte dalla persona che vive l’evento. Nick Hornby lo ha capito trent’anni fa scrivendo di un Arsenal che perdeva campionati nel finale di stagione: non raccontava il calcio, raccontava cosa significa essere tifoso. Cosa vuol dire costruire la propria identità emotiva attorno a qualcosa che non controlli. Quella cosa lì — quella vulnerabilità narrativa — è universale. Va oltre la nicchia.

Il futsal italiano non ha ancora trovato il coraggio di essere vulnerabile. Preferisce i numeri gonfiati, i titoli intercambiabili, lo streaming di ogni livello possibile. È più facile. È più sicuro. E non porta da nessuna parte.

Cosa succederebbe se si raccontassero le storie vere?

Non parlo di grandi produzioni. Parlo di cose piccole. L’allenatore che dorme male la notte prima di una partita decisiva. Il pivot che viene da Pesaro, ha ventisei anni, e ha abbandonato un lavoro fisso per giocare in Serie A di futsal guadagnando mille euro al mese. La squadra che vince il campionato davanti a duecento persone in un palazzetto di periferia.

Queste storie esistono nel futsal italiano. Esistono e nessuno le racconta, perché siamo troppo occupati a pubblicare la dichiarazione post-partita dove il portiere dice che “bisogna lavorare sui blackout”.

Il Power Slap — sport che consiste letteralmente nel prendersi schiaffi in faccia — ha sette milioni di follower Instagram e genera milioni di view su YouTube perché ha capito che il contenuto deve interessare qualcuno che non lo conosce ancora. Non perché sia uno sport migliore. Non perché le sue atlete siano più brave dei portieri di futsal. Ma perché qualcuno ha deciso di raccontarlo come si racconta una storia, non come si compila un referto.

Il futsal italiano e la nicchia autoerotica

C’è un termine, mutuato dal dibattito culturale anglosassone, che descrive perfettamente la situazione: echo chamber. Camera d’eco, un pò letterale, lo so. Un ambiente chiuso dove tutti si ascoltano a vicenda, si citano a vicenda, si misurano i successi a vicenda — senza mai verificare se qualcuno al di fuori stia davvero ascoltando.

Il calcio a 5 italiano vive in una camera d’eco da anni. I contenuti vengono prodotti per chi è già dentro: giocatori, allenatori, dirigenti, qualche padre di un ragazzo delle giovanili. Il che non è sbagliato di per sé — avere un pubblico fedele è già qualcosa. Il problema è scambiare quella fedeltà di nicchia per successo comunicativo.

All’alba dei social media, bastava costruire una community. Oggi bisogna fare qualcosa di più difficile e più bello: far interessare qualcuno che non sapeva di essere interessato. E questo si fa solo con storie vere, raccontate bene, che passino attraverso la persona prima che attraverso il risultato.

Se invece preferite ancora titolare “La prima di sei finali”, non meravigliatevi che vi legga solo chi era già in tribuna.

Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.