C’è una cosa che mi sono sempre detto guardando le finali storiche, tipo quella Coppa Intercontinentale del 1985 dove Platini e la Juve sfidarono gli argentini dell’Argentinos Juniors a Tokyo: che bello credere in qualcosa così forte da attraversare un oceano per dimostrarlo. Quella partita finì ai rigori, se non ricordo male, ma di Platini ricordo il suo stendersi in terra dopo che s’era visto annullare probailmente il più bel gol della sua carriera. Vorrei credere alle cose con quella stessa sfrontatezza.
Ecco il punto: quello che state leggendo nasce da una risposta ad un lungo pezzo che m’è stato regalato. Scritto da chi allena un gruppo di donne, alla fine del calcio a 5, proprio lì al gradino più basso. Niente Champions League. Niente fisioterapisti con le valigie trolley. Niente procuratori che mandano messaggi alle 23:47. Solo un campo, un gruppo di ragazze, e una persona che ha deciso — per qualche ragione che forse neanche lui saprebbe spiegare del tutto — d’investirci la sua vita.

Un mister non è uno che allena. È uno che assorbe.
Ho letto una cosa che mi è rimasta conficcata da qualche parte tra lo stomaco e la testa: un allenatore non è solo uno che allena. È uno che assorbe il dolore degli altri, traduce le loro paure in qualcosa che assomiglia al coraggio, e regge quando tutto il resto crolla.
Suona bene, no? Quasi cinematografico. Peccato che lì sul fondo del barile agonistico, quando il calcio a 5 si confonde con il calcetto del giovedì, non ci sia la colonna sonora di Hans Zimmer a coprire i momenti difficili. Ci sono i genitori che urlano dalla tribuna, la ragazza con il crociato rotto che ti guarda con quegli occhi con i quali cerca di dirti che non è colpa tua. Quella che ti comunica che dovrà saltare i prossimi mesi perché sta per diventare mamma — e tu senti quella notizia come qualcosa di bello e di doloroso insieme, perché sai che ti mancherà, e sai che anche lei, in fondo, lo sa.
Non ci sono strumenti certificati per queste situazioni. Forse il patentino per allenare ti insegna il pressing alto e l’uscita dalla pressione. Non ti insegna come stare vicino a qualcuno che piange dietro un pulmino dopo una sconfitta, e poi rientra in campo come se niente fosse. Quello lo impari vivendolo. E ti lascia il segno.

Il dolore non è un errore del sistema
Ho sempre avuto un rapporto complicato con il concetto di resilienza. Nel calcio moderno ne abusano a tal punto che ormai sembra una parola del marketing sportivo, una di quelle che trovi nei comunicati stampa insieme a “percorso di crescita” e “progetto tecnico condiviso. Ma c’è un tipo di resilienza che non si comunica, che non si posta su Instagram: è quella silenziosa di chi si fa carico di tutto e non ne parla con nessuno.
Il punto che mi ha colpito — e che mi è sembrato radicalmente onesto — è questo: il dolore non è qualcosa da misurare, da quantificare, da mettere in una scala da uno a dieci. Anche nel calcio professionistico si fa fatica a parlare di salute mentale, figuriamoci in quello dilettantistico, dove le risorse scarseggiano e le emozioni abbondano. Il dolore è un indicatore, non un difetto. Se fa male la sconfitta, stai investendo davvero. Se fa male il crociato di una ragazza, è perché ti senti responsabile — e quella responsabilità, per quanto pesi, è la cosa più preziosa che un allenatore possa sentire.
Se fa male un addio, è perché hai amato qualcosa. E quando sei li giù e non puoi scendere oltre, si amano cose strane: un pomeriggio di allenamento in novembre con il freddo che ti gela anche i pensieri, una rimonta allo scadere con un gol di una con i piedi sagomati in acciaieria, una stagione mediocre in classifica ma ricca di persone che ci tengono davvero.

La vittoria vera è una questione di somiglianza
Laggiù in fondo allo sport — e quando dico “in fondo” intendo nei campetti periferici, nelle categorie che non cita nessuno, nei tornei dove il tabellino sparisce dopo quarantotto ore — la vittoria ha un altro significato. Non è il primo posto. Non è la promozione. È avere una squadra che ti somiglia: piena di contraddizioni, di vite complicate, di gente che arriva all’allenamento con i propri casini addosso e li parcheggia fuori dal campo, almeno per un pò.
Gente che corre anche quando ha paura. Gente che si presenta anche quando la vita gli sta crollando addosso. Gente che piange e poi torna. Questa è la vittoria. Il resto, come diceva qualcuno più bravo di me, è statistica.
C’è qualcosa di profondamente hornbiano in tutto questo — nel senso di Nick Hornby, il tipo che ha scritto Febbre a 90° e ha convinto una generazione di maschi adulti che era lecito piangere per una squadra di calcio. Il calcio come specchio della vita, non come alternativa ad essa. Lo sport come posto dove le emozioni reali trovano un contenitore temporaneo, dove puoi essere vulnerabile senza sentirti in colpa.

Il peso che non si appoggia da nessuna parte
La cosa più difficile — e la più vera — di quello che ho letto è questa: chi porta tanto dolore dentro spesso non trova un posto dove appoggiarlo. I professionisti hanno staff, psicologi, mental coach. Esistono figure specializzate per accompagnare atleti e allenatori in percorsi di consapevolezza emotiva, ma lì? Quelle risorse sono ancora un lusso raro, quasi esotico.
E allora l’allenatore porta tutto da solo. Le sconfitte. Gli infortuni. Le assenze improvvise. Le maternità. I crociati rotti. Le ragazze che smettono senza salutare. I genitori che si arrabbiano. I dirigenti che non capiscono. E la notte, magari, si ritrova a perdere contro un bambino a “FIFA” sul divano — perché pure quello fa parte del personaggio, e fa ridere solo se ci sei dentro.
La misura che si cerca, spesso inconsapevolmente, non è quanto fa male. È quanto si riesce a restare umani mentre tutto chiede di diventare altro. Di diventare tecnici, strategici, impermeabili. Di fare come se le emozioni fossero rumore di fondo e non segnale principale.

Scegliere l’umanità. Anche quando logora.
Ho ripensato a Platini. Non solo a Tokyo, ma in generale: alla sua capacità di portare l’intero peso della squadra e riuscire a segnare, invece di crollare. C’è un tipo di allenatore che funziona così: non è il più preparato tecnicamente, non è il più organizzato, ma è quello che sceglie sempre l’umanità. Anche quando costa. Anche quando logora. Anche quando ti lascia sveglio la notte.
Questo tipo di allenatore non si costruisce nei corsi. Si costruisce sul campo, con pezzi di sé. E non è una metafora: è letteralmente così. Ogni stagione lascia qualcosa addosso e porta via qualcos’altro. È un mestiere che non si insegna. Si paga, appunto con pezzi di se.
Se esiste un posto dove appoggiare questo peso, ogni tanto, spero che qualcuno lo trovi. E se lo trova, mi farebbe piacere sapere dov’è.

