Perché chiudo lo sportello di una macchina gelata, col fiato che diventa nebbia, e scelgo di correre finché i polmoni non bruciano. Mi chiedi cosa ci sia in quel rettangolo di gomma, parquet, erba sintetica, avvolte cemento che valga le occhiaie del sabato sera, i chilometri in autostrada e le cicatrici che non sanno stare zitte.
La risposta è semplice e terribile come ogni grande amore: lo faccio perché lì dentro, e solo lì, io sono intera.
Il mio amore per lui non è iniziato con i riflettori. È iniziato con un pallone “rubato” da mio nonno mentre mio fratello si allenava, con il rumore sordo dei miei tiri contro porte arrugginite e il freddo del cemento che mi sbucciava le ginocchia di bambina. In quegli anni, il calcio per una donna era un’eresia, un’ombra da nascondere tra i pregiudizi e i “non puoi giocare”. Ma il sangue non mente. Quella passione era il filo invisibile che mi legava a mio nonno, una lingua segreta che mia madre faticava a tradurre, ma che io parlavo correntemente.

Ho iniziato a giocare da adolescente, in campionati invisibili che sognavano di diventare una serie A B C o una qualsisi lettera dell’alfabeto. Nonostante tutto mentre le mie coetanee sceglievano i vestiti per il sabato sera, io sceglievo il sonno, per essere lucida la domenica. Non è stato un sacrificio; è stata una precedenza. Non si rinuncia a una festa per un dovere, si rinuncia a un rumore per un’armonia.
LUI è stato il mio specchio, ma anche il mio scudo. Quanti ricordi ho di lui. Un lunedì di maggio dopo una vittoria decisiva, non ero con lui. L’ho lasciato con un grosso punto interrogativo: ero in viaggio verso un “campo” che non aveva linee bianche, ma corridoi asettici e camici colorati. Quell’anno il calendario non segnava solo i playoff, ma scadenze diverse. Mi dicevano che non potevo rischiare, che il mio corpo non era più un tempio di forza, ma un vetro fragile, ma fino al sabato ero lì con te, in un dualismo di gioia e dolore. Una partita giocata, una qualificazione e un vuoto dentro.
Sempre quell’anno, a settembre, mentre le mie compagne sudavano nei giri di campo della preparazione, io vivevo un’altra “preparazione”. Passavo da un reparto all’altro, tra controlli e terapie, cercando di non perdere il ritmo di quel battito che solo il rimbalzo controllato del pallone sapeva darmi. Nei miei anni più bui, LUI è stato la mia normalità. In un letto d’ospedale sei “la paziente”, sei “un numero”; in campo sei “il pivot”,”il laterale”,”il centrale”, sei un respiro, un essere umano che sente e l’unico numero che porti è quello sulla schiena. Il campo in quel momento mi restituiva la percezione di un corpo che non era solo dolore, ma potenza.

Dicono che quando ami qualcuno, i sacrifici non pesino. È vero, ne ho fatti di sacrifici e sforzi per lui. Ho alzato una coppa a gennaio quando a settembre non potevo stare a contatto nemmeno con le persone: non potevo allenarmi e e in più non potevo nemmeno stare con la mia squadra, con le mie persone, ero un pericolo per loro.
Ho militato l’anno successivo in Serie B, si le trasferte sono solo più lunghe, a trent’anni (quanta strada abbiamo fatto io e lui) con qualche cicatrice in più e l’anima che urlava. Mi vedo con il cognome sulla schiena stretta in un abbraccio con le me bambina e con gli occhi addosso di mio nonno.
Oggi sono di nuovo ferma da tre mesi, inutile parlare anche di questa battaglia. Però posso dirti questo: la vita a volte è un Mister bastardo. È uno di quelli che non ti avvisa, che ti tratta come una pedina di qualsiasi scacchiera, che ti urla di scaldarti mentre sei convinta di restare in panchina.
Ho vinto un campionato rimanendo dietro le quinte, come l’aiuto regia, che per far andare bene lo spettacolo deve avere cura di ogni dettaglio.
Guardo di nuovo il campo da lontano e sento quel vuoto che Achille Lauro descrive quando dice “perdutamente siamo in mare aperto”. Senza quel rettangolo, mi sento alla deriva, in balia di un’onda che non posso controllare. Ma LUI mi ha insegnato che si può stare sott’acqua senza annegare, a patto di sapere che l’ossigeno ti aspetta lì, sotto forma di un pallone che rotola.
La malattia è come giocare col portiere di movimento fisso: un rischio costante, la porta vuota alle spalle e l’obbligo di non sbagliare nemmeno un passaggio. Ma è proprio in quel momento, quando sei in apnea e il cronometro corre, che capisci quanto vali e quanto è importante per te. Non è più una questione di tecnica, è una questione di cuore che deve sopperire a un corpo che fatica e alla poca lucidità. E tu quel portiere di movimento te lo giochi comunque perché sai che con quel rischio, puoi vincere la partita.
E quindi, perché lo faccio?
Lo faccio perché questo sport mi ha dato la luce quando intorno era tutto spento. Mi ha dato persone che ho perso e altre che ho ritrovato tra lacrime e abbracci.
Non chiedermi di spiegartelo. Parlo poco, sento tanto: i miei tatuaggi a volte lo fanno per me, sono la mappa di questa mia guerra d’amore.
Guardo ancora le mie cicatrici e quelle invisibili sul cuore, che solo il rumore della suola sul parquet riesce a rimarginare.
Lo faccio perché, tra il sacrificio del lavoro e la fatica di un corpo che cambia, TU sei l’unica certezza che ho. Sei l’amante che non mi ha mai tradita, l’unico posto al mondo dove, mentre rincorro un pallone con il fiato corto, io finalmente respiro. E in quel respiro, so di non essere mai stata sola.
Sono tornata ogni volta. E tornerò anche questa.
…a costo zero, se non con sacrificio e amore viscerale.
Chiara