Because I do not need You

Scrivere è una di quelle cose che puoi tenere per te. Un diario, racconti, qualsiasi cosa tu abbia forgiato su una tastiera meccanica che fa rumore nel silenzio — puoi tenerla nel cassetto. Nessuno ti obbliga a tirare fuori niente.

Solo che io nel cassetto ci tengo i calzini, non i sogni.

Quindi scrivo. E condivido con te.

Ho avuto la fortuna di realizzare il mio sogno, anche se l’ho pagato caro e in contanti. Non è una metafora. Ci sono prezzi che non si rateizzano.

Ho scritto con rabbia e rancore — non ho problema ad ammetterlo, e non ci vuole neanche troppo sforzo. Le parole per confonderle bisogna impegnarsi, e le mie spero siano abbastanza chiare. Anche sul tuo sport, perché il futsal è più tuo che mio, anzi forse non è mio affatto. L’ho incontrato per caso, mi sono fermato a guardare, e sono rimasto. Dentro ci ho trovato Chiara. Che è solo un nome per raccoglierle tutte, le donne meravigliose di questo sport.

Ho cercato, attraverso di loro, di capire perché continuo a farlo. In fondo mi diverte, in qualche modo, ricordare che “non ci avrete mai come ci volete voi.” Ti ricordi com’era diversa l’Italia dei 99 Posse? O era uguale a questa, solo che non lo sapevamo ancora? Scusa, sto divagando. Mi succede spesso.

Ho sempre cercato una frase — una sola, precisa — per raccontare perché scrivo anche di futsal. Ora che quella frase l’ho trovata, in fondo non c’è più bisogno. Per arrivarci devo ancora divagare un po’, ma t’assicuro che avrà senso, in un certo senso. Mettiti comodo. Ma non troppo.

Sono perfettamente a mio agio quando qualcuno “non mi vuole bene” — le virgolette ci sono per allargare il concetto, non per addolcirlo. È una questione mia, della mia storia, delle cose che accadono a una vita che non è mai stata facile ma che poteva andare anche peggio.

Divento estremamente sospettoso quando qualcuno mi dice “I love you” nel suo senso più ampio e molto anglosassone. “I like you” ha un presupposto più diretto. You can love your cat too. Così, per intenderci. E allora chiedo spesso, quando qualcuno si rivolge a me con quella frase: perché?

Già. Perché.

Poi una volta ho ascoltato la risposta perfetta.

“Because I do not need you.”

Esattamente.

Forse è così che voglio bene al futsal. Perché non ne ho bisogno. Posso permettermi di essere duro — quel “tough love” ancora così anglosassone, perché in italiano il corrispettivo non mi suona alle orecchie nello stesso modo. È una frase complessa nella sua semplicità, e la adoro. Racconta di una scelta consapevole. Non risponde a un bisogno. E da un sentimento che non risponde a un bisogno puoi allontanarti, quando diventa tossico, senza rimpianti.

Forse scrivo di futsal perché è uno spazio piccolo, e nei posti piccoli degli errori non si accorge quasi nessuno. Se ci pensi bene: ho cominciato scrivendo di football americano in Italia, al femminile. Più piccolo di così si muore. E in effetti quel movimento è scomparso dopo qualche anno, qualche partita della nazionale, pensa un po’. Come se non fosse mai esistito.

Ho letto che sta per fallire la Ternana. Così, senza contesto. Mia sorella è di nuovo dalle tue parti, quasi. Può darsi che ci vediamo, senza preavviso. Ecco, mi sono distratto di nuovo — lo sai già, no? Trattenermi nello stesso posto anche solo per un po’ è impresa ardua.

Non t’ho mai chiesto perché non scrivi di più. Se non altro per mettere a frutto le ore che hai investito nella lettura. So che c’è qualcuno, lì con te, che te lo ripete spesso.

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