C’è un gesto minimo, quasi impercettibile, che si ripete nei sotterranei delle arene americane prima di ogni partita della WNBA: il momento in cui una giocatrice corregge la posizione di una borsa di pelle sopra la spalla mentre attraversa un corridoio di cemento armato. Non guarda la telecamera, ma sa esattamente dove si trova l’obiettivo. Quel breve tragitto, che una volta era un semplice spostamento logistico dal parcheggio allo spogliatoio, è diventato oggi il baricentro dell’economia dell’attenzione sportiva.
Il cosiddetto “Tunnel” non è un fenomeno legato alla moda, né una strategia di marketing tradizionale. È la codifica definitiva che non esistono più tempi morti. Nella cultura digitale contemporanea, lo spazio della soglia: il corridoio, l’ascensore, la sala d’attesa, è stato dichiarato ufficialmente terreno di caccia. Non esiste più un momento della giornata che non debba essere performativo. Se una volta l’atleta esisteva solo all’interno delle linee bianche del campo, oggi il “lavoro” inizia nel momento in cui si chiude la portiera dell’auto.
Questa trasformazione rivela una verità più profonda sul nostro rapporto con i media: abbiamo smesso di consumare il talento per iniziare a consumare l’identità come se fosse un prodotto a scaffale. Il “Tunnel” della WNBA ha successo perché offre una narrazione che il campo da gioco, con le sue regole rigide e le divise identiche, non può permettersi. È l’estetica della “Main Character Energy” applicata al professionismo. Ci dice che la competenza tecnica non è più sufficiente se non è accompagnata da una curatela visiva dello stile di vita.
Il pubblico non cerca più soltanto il canestro da tre punti; cerca la conferma che l’atleta sia una proiezione coerente dei propri gusti estetici. È una forma di voyeurismo istituzionalizzato che trasforma il cemento di un parcheggio sotterraneo in una cattedrale del branding personale.
In questo scenario, il gioco rischia di diventare un’appendice, un contenuto extra necessario per giustificare la sfilata avvenuta venti minuti prima. Ci stiamo abituando a un mondo in cui il tragitto verso l’evento è diventato più significativo dell’evento stesso. Resta da chiedersi cosa rimarrà di noi quando avremo trasformato ogni singolo corridoio della nostra vita in una passerella, scoprendo, alla fine, che non c’è più nessuno spogliatoio in cui potersi semplicemente cambiare in silenzio.

