Milan contro Juventus. Novanta minuti che ad un certo punto ti fanno rivalutare Fulham-Aston Villa come un’esperienza estetica degna di nota. Dall’altra parte, Sinner. Sferza la pallina sulla terra rossa di Madrid con quella sicurezza che ormai è diventata routine, il gesto tecnico così pulito da risultare quasi irritante per chiunque guardi sapendo di non saper fare nulla di simile.
Nel mezzo, qualche ora prima che il Draft NFL 2026 aprisse i propri battenti, su un parquet di provincia italiana, in uno di quegli sport minori che punteggiano il territorio della penisola come insegne al neon lungo un’autostrada di notte, accade qualcosa. Al termine della partita, durante i saluti di rito, un giocatore tira un pugno, o forse una sberla, il materiale video non è abbastanza nitido per stabilirlo con certezza. Il gesto, però, c’è.
Uno spot involontario per il Power Slap, disciplina che ha come obiettivo dichiarato e formale quello di procurare una commozione cerebrale all’avversario. La differenza è che quella discipline andata in scena qualche minuto prima, tecnicamente, era un’altra cosa.

Vale la pena fermarsi un attimo su questo. Quando si racconta uno sport come se portasse con sé una qualche superiorità morale, una dirittura etica che altre attività non possiedono, si costruisce un impalcatura fragile. Perché poi arriva un momento così, e non è la prima volta che arriva, e l’impalcatura cede rumorosamente.
Un consiglio narrativo non richiesto al giocatore in questione: mai dire “non sono quello, quel gesto non mi rappresenta”. Le immagini esistono. Ci sei tu. È difficile sostenere quella posizione a fronte di prove visive. Bastava scusarsi, poche parole, contrite. Ogni tentativo di spiegazione peggiora il bilancio finale, in modo matematico e quasi crudele.
Lo stesso sport, peraltro, annuncia in questi giorni l’apertura di un negozio online. Una notizia che avrebbe avuto il suo peso nei primi anni duemila, quando gli ecommerce erano ancora qualcosa di cui parlare a tavola. Oggi ha un negozio online chiunque abbia un telefono e un account TikTok. Sport pioniere, senz’altro.
Poi, per fortuna, c’è altro.
La domenica restituisce qualcosa di reale con Sabastian Sawe e Yomif Kejelcha. Due maratoneti che abbattono, uno dopo l’altro a breve distanza, il muro delle due ore. Il confine che per anni è sembrato una questione filosofica prima ancora che atletica. Succede davvero, di domenica, mentre altrove si discute di pugni e negozi online.

Sul fronte del calcio italiano, la vicenda Rocchi trova la sua sintesi migliore in uno striscione dei tifosi del Torino, che di certi striscioni hanno fatto una forma d’arte minore ma onesta. Tifosi nel senso autentico del termine: quelli che seguono la squadra anche quando la classifica fa male da anni, quelli che cantano “Cairo devi vendere” con una costanza che sfiora la devozione laica. Cairo è il presidente del Torino, nel caso qualcuno avesse bisogno del dettaglio.

Ah, e Aaron Judge. Esterno destro dei New York Yankees, compleanno di domenica, grand slam come regalo a sé stesso. Se la costruzione sintattica della frase precedente risulta oscura, non è un problema grave. Si può sempre tornare a leggere di puntoni e settebelli. Anche di primiera, perché no.

