Stai bisbigliando (si lo so)

Tu che giri con le mani in tasca ed il cronometro appeso al collo.
Loro che entrano nello spogliatoio.

Probabilmente si sono messe la divisa di rappresentanza in macchina perché con un piede tenevano la frizione, con la mano il volante e intanto si sfilavano i panni da lavoro.
È domenica, che viene dopo il sabato ed è quella domenica che non viene per tutti ma solo per chi ci ha sempre creduto.

Ma prima c’è il sabato in cui ti addormenti la sera tardi con il ronzio della partita in testa che fa più o meno lo stesso rumore del motore del frigorifero in cucina.
Sei sdraiato nel letto, tu muovi pedine, schemi, punizioni, loro che muovono palloni a rimbalzo controllato e cuori a battito accelerato, pick &roll e blocchi, speranze di segnare, di non fare un errore decisivo e proiettano tutto sul soffitto della camera.

Ciao amore come stai?
No scusa non dicevo a te ma al pallone, quell’ amico con cui mi confido quando non mi sente nessuno, quello che rotola e corre mentre io lo inseguo, che accarezza la suola e l’interno del piede e pure l’interno del cuore, cosi interno che a volte lo fa sanguinare.

Hai preparato il borsone, hai messo le scarpe nuove che è un po’ come andare alla serata di gala con una ciocca di capelli colorati o una gonna nuova.

Io invece ho preparato la lavagnetta, ho cambiato le pile al cronometro, ho pensato alla formazione che è un po’ come pensare alla cosa più giusta da dire mentre sei sotto casa della persona che ami e sai che ti stai giocando tutto in un secondo.

Chiudo gli occhi, tra poco è mattina, tra poco è domenica.
Non la domenica che spetta a tutti.
Questa è la domenica di chi si è andato a cercare qualcosa di diverso, che a volte ti fa sentire quasi in prigione, impossibile uscire da questo loop che si ripete da anni, come un mantra, una religione, una possessione, un raggio di sole, un urlo che squarcia la monotonia di tutti i giorni.

Tra poco siamo tutti insieme, dentro lo spogliatoio.
Giusto il tempo di un piatto di pasta in bianco, una spolverata di grana ed è ora di sentire quelle farfalle nello stomaco che non sono proprio come i fusilli, queste nello stomaco ci arrivano solo se ti prendi il rischio di sentire tutto così forte.

Si accendono le luci di un palazzetto o di un gibboso lurido campo di periferia, lurido come tutti i tuoi sogni che a volte sono cosi ambiziosi da farti sentire sporco per aver desiderato così tanto o forse di esserti accontentato di così poco.

Sei davanti alla porta degli spogliatoi, passano tutte di li, e dietro di loro i guai di vite incastrate a pressione, di orari modificati solo per giocare la partita, di fidanzati lasciati a casa o lasciati per sempre solo perché non riuscivano a capire, di genitori che ancora ti dicono non farti male (come se lo decidessi tu) oppure ma ancora dietro a sto pallone?
Tu non rispondi più, lo pensi e basta.

In realtà lo sport è solo un pretesto, cosi come tante altre cose della vita, per esempio le canzoni, i film, tutte cose che se viste, ascoltate, giocate con qualcun altro assumono la sacralità del sorriso sul viso, il tonfo fortissimo del battito cardiaco accelerato, l’umidità degli occhi che si commuovono e tutto questo esiste solo perché lo stiamo facendo insieme.

Abbracciami amore mio, non voglio fare l’amore, non voglio baciarti, voglio solo che tu mi senta addosso come ti sento io, che mi proietti sul tuo soffitto bello come la cappella sistina se ci sei tu, che mi vedi in cielo come in terra che una visione può essere celestiale ma anche terrena.

Abbracciami perché abbiamo segnato noi, siamo in vantaggio e l’arbitro ha fischiato la fine.
La fine di cosa?
Respira, non è la fine.

Tra qualche giorno sarà ancora domenica e noi saremo ancora qua con i guai irrisolti ma condivisi, con gli occhi umidi ma con un paio di labbra pronte ad asciugarli, con le mani che si sfiorano le dita e si intrecciano, con quello sguardo, si quello sguardo che nasce e muore solo negli occhi di chi è come te.

Noi siamo il futsal.

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