La locandina è comparsa un giovedì, o forse un venerdì. Il giorno conta poco. Quello che conta è cosa c’era sopra: Coppa Italia, futsal femminile, questa stagione. E le dita.
Le dita sono il problema antico dell’intelligenza artificiale generativa, di Stable Diffusion, quasi certamente. Flux non commette più questo tipo di errori, i modelli più recenti nemmeno, e in ogni caso un LORA risolve la questione prima ancora che si ponga. Ma qualcuno non ha usato Flux. Qualcuno ha generato una locandina, l’ha guardata, ha visto le dita, e ha deciso che andava bene lo stesso.
Chi sa leggere queste cose, qui trova già tutto.
Le dita, d’altra parte, sono anche il problema antico degli esseri umani. Chiunque abbia mai provato a disegnare una mano lo sa: sono complicatissime. Troppi giunti, troppe direzioni. La difficoltà non appartiene al modello è della morfologia. Il modello l’ha ereditata, insieme al resto. Sarebbe bastato tagliare la locandina un centimetro più su. Problema risolto.

In apparenza.
Perché nel giro di qualche ora le giocatrici hanno reagito, “denunciato” era la parola che circolava, e le virgolette non sono lì per caso. La conversazione si è spostata, come capita, su qualcosa di molto più grande della locandina. Discriminazione di genere. Scelte degli organi di governo sportivo. Una sistematica mancanza di attenzione e rispetto che attraversa ogni strato di questa disciplina da vent’anni.
Vero.
Però una cosa non ve la siete chiesta: non come esercizio retorico, come domanda vera, con tutta la scomodità che una domanda vera porta con sé.
Perché il futsal femminile riceve meno di quello che meriterebbe: meno investimenti, meno interesse, meno di qualsiasi cosa vogliate aggiungere alla lista, è una domanda con molte risposte. Alcune vivono fuori di voi. Altre no.
Vi siete mai chieste cos’è successo quando avete baciato la maglia di una società che non vi pagava da mesi? Quando vi siete trasferite non per un interesse sportivo ma per qualcosa di più shakespeariano: l’amore, o la sua approssimazione? Vi siete indignate quanto basta quando siete arrivate in quella società nuova che non aveva ancora finito di pagare le giocatrici della stagione precedente? Quando avete taciuto perché “mi deve ancora pagare”?
Ogni volta che avete detto, o lasciato che qualcuno scrivesse a vostro nome: “questa squadra è una famiglia”, ogni volta che avete pronunciato “credo nel progetto” con il presidente irreperibile e gli spalti vuoti, avete contribuito a costruire esattamente il sistema di cui oggi vi lamentate. Ogni volta che vi siete trasferite a metà stagione, per qualsiasi motivo, e siete rimaste in silenzio. Quando giocate come collaterale al vostro lavoro e poi rivendicate il professionismo.

Vi siete interrogate sul perché qualcuno dovrebbe investire centinaia di migliaia di euro in una squadra di futsal femminile per vincere una coppa che vale quaranta euro, davanti a spalti desolatamente vuoti? È la domanda. La risposta spiega tutto il resto. Gli uomini che governano questo sport si sono comportati esattamente come avete lasciato che si comportassero, per decenni. Non perché hanno un cromosoma diverso dal vostro. Perché era comodo. Per loro, certo. Ma anche per voi.
Brutto da leggere. Lo so. Vi assicuro che è ancora peggio guardarlo succedere.
Avete esattamente quello che avete contribuito a costruire. Niente di più, niente di meno. Chi governa il futsal femminile è colpevole, probabilmente di tutto quello di cui volete accusarlo. Ma voi non siete le innocenti di questa storia. Per cambiare qualcosa, occorre perdere qualcosa. Non giocare le partite. Rischiare una squalifica. Mettere a rischio il poco che avete per rivendicare quello che meritate. Non siete state disposte a farlo e oggi vi indignate per la stessa identica mancanza di attenzione e rispetto che voi avete mostrato, in silenzio, per questa disciplina.
Vi siete crogiolate nell’ipocrisia di un sistema che avete contribuito a tenere in piedi. Oggi vi lamentate di quello che è diventato.
No. Troppo facile, così.

