Quattro aprile. È il sabato di Pasqua e ancora una volta qualcuno si stupisce. Ma mica giocherai anche a Pasqua? Sì. Rovigo. Una delle trasferte più impegnative.
Le partite iniziano alle dodici, il che significa che la sveglia suona nel buio. Nel buio profondo, quello delle quattro e mezza, quando non c’è ancora niente nel cielo.
Il venerdì ci alleniamo alle tre del pomeriggio invece che alle otto di sera, l’unico orario libero, perché si parte presto e si vuole dormire. Siamo cinque donne con un bagno solo. Calcolo i tempi. Vado in bagno prima che suonino le altre sveglie.
Mi vesto senza guardare troppo: pantaloni, polo, felpa con cerniera. Il giubbotto l’ho lasciato a Pescara. Confido nel fatto che non faccia freddo.
Non mi trucco. Non mi faccio i capelli. Lo farò là, se rimane tempo.
Partiamo in due pulmini. C’è un accordo tacito, mai dichiarato mai nemmeno messo in discussione, per cui la squadra titolare viaggia su quello più largo, quello alto dove ci si riesce quasi a stendere. Mi siedo, metto i piedi sul finestrino, poi sui sedili davanti. Scopro di essere più elastica di quanto pensassi. Accumulo un’ora di sonno in cinque ore di strada.

A Porto Recanati lascio la macchina. Marta mi ha tenuto compagnia nel tratto fino al casello, quaranta minuti alle cinque e mezza, cercando di tenermi sveglia. Al ritorno, stanotte, riprendo la macchina e scendo a Pescara. Domani è Pasqua. La mia famiglia.
Autogrill dopo un’ora: paste esposte dietro il vetro, un unico scontrino per tutta la squadra, il conto che non torna mai. C’è sempre qualcosa in più. C’è sempre qualcosa che manca.
Mi svegliano dieci minuti prima di arrivare al campo. Brutto segno.
Di solito mi do il tempo. Ascolto musica pregame, ritrovo la concentrazione a pezzi, la rimetto insieme piano. Stavolta no. Giù dal pulmino e via nel dugout, tutto un po’ più veloce.
Il fiocco era diverso. Le scarpe erano diverse. Si dà la colpa a quelle cose quando la partita non va.
E non va.
Giochiamo male. Perdiamo gara 1. Non la vincono loro: la perdiamo noi. Schemi difensivi non eseguiti, errori che nascono dalle cose che non ci sei riuscita a costruire allenandosi ogni giorno insieme. E noi non lo facciamo sempre, non tutti i giorni, perché c’è il lavoro e c’è la vita. Il campo non perdona. Prima o poi ti presenta il conto.
Il loro lanciatrice ha una media ERA di 9.83. Noi facciamo un punto. Uno solo, alla fine, con l’affanno.

Si dice che questo sia lo sport di chi ha la memoria corta. Una buona media battuta è .300, tre valide su dieci. Forte è chi sbaglia sette volte su dieci e torna lo stesso in battuta. Arriverà un’altra palla, arriverà un altro turno. La prossima giocata conta più di quella precedente. Ci ho creduto abbastanza da non lasciare mentalmente il campo.
Reagiamo. In gara 2 la nostra lanciatrice americana lavora bene. Vinciamo.
Questo sport ti dà sempre un’altra possibilità. Devi solo essere pronta quando arriva.