“Ai miei tempi” è una frase che non ha bisogno di traduzione. Funziona in italiano, in inglese, in spagnolo. Funziona perché non riguarda mai davvero il passato: riguarda il disagio che si prova davanti a qualcosa che non si riesce a misurare con le proprie categorie. E quel disagio, nel calcio come nel basket nba, è una costante.
Quando la NBA ha cominciato a modificare le regole per favorire l’attacco, meno contatto, più spazio, ritmo più alto, i punteggi sono saliti e le statistiche offensive sono esplose. E con loro è arrivata la nostalgia. Quella voce che sussurra: “sì, però contro le difese degli anni ’90…”. Il confronto implicito è sempre lo stesso: l’era di Jordan e Pippen, fatta di contatto e dominio fisico, contro quella di LeBron, Curry e Durant, dove spacing e tiro da tre hanno riscritto le geometrie del campo.
Nel calcio il meccanismo è identico. Basta una giocata fuori dal comune, un dribbling di troppo, per far scattare il confronto: “ieri sera bello… ma con i difensori di una volta, ehh”. E allora emergono le ere.

Due tipi calcio, due tipi di domande
Da una parte il calcio di Maldini, Baresi, Nesta: marcatura, uno contro uno, il difensore che dettava legge nello spazio dell’attaccante. Dall’altra Messi, Ronaldo, Mbappé: giocatori che non affrontano solo un uomo, ma sistemi interi, linee difensive, strutture collettive. Il loro problema non è mai l’avversario diretto, è lo schema che quell’avversario abita.
Lo stesso cortocircuito in NBA
Il parallelismo con il basket regge, e forse dice qualcosa di più di quanto sembri. La NBA degli anni ’90 era isolamento, spalle a canestro, ritmo controllato. Oggi è spacing, letture rapide, transizione continua. Jordan dominava nel duello; Curry domina nello spazio che si apre quando il difensore si muove in ritardo di mezzo secondo. Nel calcio: Maldini
leggeva l’uomo, Messi legge il sistema. È la stessa intelligenza applicata a un gioco che ha cambiato le domande.

Il problema del confronto
Il rischio di questi confronti è noto, eppure si ripete. Dire che LeBron non avrebbe fatto certi numeri negli anni ’90 è facile. Immaginare Mbappé in difficoltà contro i difensori di un’altra epoca, altrettanto. Ma è un esercizio che ignora l’adattamento e forse ignora anche qualcosa di meno nobile: la difficoltà che abbiamo, tutti, ad accettare che il gioco che abbiamo imparato ad amare non era l’unico gioco possibile.
Certi numeri oggi sono più accessibili, va detto. Ma richiedono competenze diverse. Il dominio non è scomparso: si è spostato.
E probabilmente, se Jordan giocasse oggi, tirerebbe da tre. E se Baresi giocasse oggi, guiderebbe la linea difensiva a quaranta metri dalla porta. Non perché il talento sia universale in senso vago ma perché i grandi capiscono le regole abbastanza bene da usarle,
qualunque siano.

