Italia Batte gli USA al World Baseball Classic 2026: la Notte dei Doppi Passaporti


Sento già la voce di mio cugino — quello che ha vissuto sei anni a New York e torna a Natale con le scarpe che costano quanto un mutuo — dirmi con aria da saputo: “Lo sapevo, l’avevo detto.” No, non lo sapeva. Non lo sapeva nessuno. Nemmeno gli americani, che la sera prima di giocare contro l’Italia stavano ancora festeggiando la vittoria sul Messico. Festeggiavano. Con le bevute e le risate. Come se la partita la avessero già vinta.

Poi sono arrivati gli azzurri. E hanno fatto 8-6.

Se ancora non avete sentito questa notizia — se siete in ritiro spirituale senza telefono o state completando un puzzle da cinquemila pezzi in una baita senza internet — l’Italia ha eliminato gli Stati Uniti con un 8-6 che ha lasciato il mondo del Baseball a bocca aperta nel girone B del World Baseball Classic 2026. Una delle partite più incredibili nella storia del torneo. Sì, della storia. Non sto esagerando. Be’, forse un po’. Ma solo un po’.

Prima di tutto: cos’è il World Baseball Classic e perché non è il Mondiale

Capisco che molti di voi, lettori abituali di questo blog, abbiano un rapporto con il baseball simile al mio rapporto con il fitness: teoria vaga, nessuna pratica, molto rispetto da lontano.

Quindi facciamo chiarezza. Il World Baseball Classic è un torneo internazionale per inviti, organizzato dalla MLB, che di fatto ha preso il posto del Mondiale vero — quello della IBAF, che non organizza un campionato del mondo ufficiale dal 2011. Non è quindi una competizione olimpica né una rassegna iridata nel senso stretto, ma è diventata la vetrina internazionale del baseball professionistico. Un po’ come la Nations League nel calcio, ma con più home run e meno polemiche sul format.

Se vi viene in mente il futsal femminile a questo punto — e capisco perfettamente perché — sì, anche lì il “torneo ad inviti” ha finito per diventare la cosa più importante dello sport. A volte è così. Vi danno il mondiale ufficiale, ma continuate ad avere il torneo alternativo della “scempions”. La vita è strana.

Il rituale dell’espresso e il cappotto Armani

Parliamo della cosa più importante prima di tutto il resto.

Le celebrazioni in panchina dell’Italia si sono concentrate attorno a Vinnie Pasquantino, il capitano, che offre un caffè espresso ai compagni che segnano un fuoricampo, i quali indossano per l’occasione una giacca sportiva Armani e ricevono un bacio su entrambe le guance. All’inizio del torneo, qualcuno ha sputato il caffè — non per una scommessa persa, ma perché era troppo caldo.

Io questo lo capisco profondamente. Ho passato anni a spiegare agli inglesi che il caffè si beve caldo. A non soffiarci sopra. Anni persi. Ma quella panchina ha capito tutto.

Aaron Nola, Vinnie Pasquantino e il roster che ha fatto imbestialire l’America

Il mattatore contro il Messico è stato Vinnie Pasquantino, prima base dei Kansas City Royals, autore di tre fuoricampo in una sola partita, mentre il lanciatore Aaron Nola dei Philadelphia Phillies ha dominato per cinque inning senza concedere punti.

Aaron Nola è uno di quei nomi che, se giocate a Fantasy Baseball con degli americani, vi fa perdere simpatie appena lo pronunciate. Un lanciatore di primo livello, All-Star, quasi 1900 strikeout in carriera. Uno di quei tipi che sembra sempre sul punto di fare qualcosa di enorme. Contro il Messico ha fatto qualcosa di enorme.

Poi c’è Pasquantino. Vinnie. Il Don. Prima della partita con gli USA, parlando dei giovani del roster, aveva detto che sono stati loro a fare la differenza offensiva. “Fischer è uno spettacolo, Dante Nori è uno spettacolo, Sam Antonacci è uno spettacolo.” Un leader che si fa da parte per far brillare i giovani. Uno di quei personaggi che, in un film, sarebbe il mentore saggio. Tranne che lui ha trentatré anni e prepara l’espresso ai compagni con una giacca Armani.

Con 21 giocatori legati ad organizzazioni MLB o delle leghe minori, l’Italia è la quarta squadra del torneo per numero di affiliati professionistici — dopo USA, Repubblica Dominicana e Venezuela. Non male per una nazione dove, almeno dalle mie parti, il diamante da baseball l’hanno messo al posto del campo di calcio dei gesuiti e ci giocano anche a softball.

Il segreto, non troppo segreto, del doppio passaporto

Eccoci al punto. Quello che fa discutere, che divide le opinioni al bar e nei commenti online, e che invece — se guardate i numeri — è semplicemente la cosa più sensata del mondo.

Tutti questi giocatori sono nati e cresciuti negli Stati Uniti, e tutti avrebbero potuto giocare per la nazionale americana se il commissario tecnico Mark DeRosa li avesse chiamati. Ma nel WBC, il luogo di nascita è solo un pezzo del puzzle dell’idoneità. Basta avere la cittadinanza, o il diritto ad averla per discendenza. E così, nomi come Nola, Caglianone e Pasquantino portano la maglia azzurra perché i loro bisnonni traversarono l’Atlantico con una valigia di cartone e un sogno americano.

Caglianone ha i bisnonni paterni originari dell’Italia. Pasquantino ha radici italiane dal lato paterno. Tutti loro avrebbero forse preferito giocare per gli USA, ma vestire i colori italiani ha offerto loro la possibilità di connettersi con la storia delle proprie famiglie — e magari fare lo sgambetto ai favoriti.

Lo sgambetto l’hanno fatto eccome.

Qualcuno storce il naso su questo meccanismo. Capisco. C’è sempre qualcuno che storce il naso. Ma vi faccio una domanda: quanti giocatori nati sul territorio italiano c’erano nella nazionale di futsal maschile che ha vinto il suo titolo? Esatto. Silenzio. Stesso discorso.

La partita: quando l’America si è svegliata tardi

Il manager degli USA, prima della partita, aveva dichiarato alla televisione di credere che il suo team avesse già il pass per i quarti di finale in tasca. Poi ha ammesso di essersi sbagliato nei calcoli. Una gaffe colossale, la cosa più italiana possibile — paradossalmente — che potesse fare un allenatore americano.

Kyle Teel e Sam Antonacci, entrambi della famiglia White Sox, hanno mandato la palla fuori dal campo nel secondo inning contro il lanciatore rookie dei Mets Nolan McLean, portando l’Italia sul 3-0. Poi Caglianone ha aggiunto un colpo devastante nel quarto inning. Poi il sesto inning è diventato un incubo americano, con errori e wild pitch. L’Italia era sul imperiosamente avanti 8-0.

Gli americani hanno quasi rimontato — Judge, Crow-Armstrong, Henderson hanno cominciato a ricucire — ma quando Aaron Judge si è presentato al piatto nell’ultimo out con il risultato ancora in bilico, il manager Cervelli ha detto: “Sapevo che l’ultimo out sarebbe stato Judge. Perché è sempre il miglior giocatore del pianeta.” Judge ha mancato il colpo. Fine della partita.


Il Giappone. come si fa quando si vuole davvero vincere

Permettetemi una piccola digressione, perché è importante.

Il Giappone al World Baseball Classic è quello che gli All Blacks sono al rugby: la power house assoluta, la nazione che ha capito prima degli altri cosa significa prendere questo torneo sul serio. Il Giappone è campione in carica dopo aver battuto gli USA 3-2 in finale nel 2023. E si è presentato a questa edizione con Ohtani in testa alla lista convocati. Perché non si sa mai. Meglio portarsi il semidio, per sicurezza.

La lezione è semplice: se vuoi vincere, porti le tue stelle vere. Non le riserve. Non quelli che il loro farm system non sa dove mettere. Le stelle vere. L’Italia l’ha capito. Il Giappone lo sa da sempre.

Cosa ci dice questa storia e non è solo una questione di baseball

Il manager Francisco Cervelli — ex catcher della MLB, campione del mondo con i New York Yankees nel 2009 — ha dichiarato che questa è stata una delle giornate più belle della sua vita, e che “tutta l’Italia dovrebbe vedere questo. Lo stiamo facendo per i bambini. È possibile.”

Ed è qui che smetto di fare l’ironico e dico una cosa seria.

Lo sport globalizzato ha cambiato le regole. Se non riesci a produrre abbastanza talento localmente, vai a cercarlo dove abbonda. Lo fanno tutti. Lo fa l’Italia del futsal, ma lo fa male, ammettiamolo. Lo fa il Giappone, tecnicamente produce talento in casa e poi se lo esporta in MLB e lo richiama quando serve. Il modello dell’Italia del baseball è diverso ma non disonesto: costruisci una connessione culturale reale — quei bisnonni con la valigia di cartone — e costruisci un progetto competitivo intorno a essa.

Cervelli nell’ultimo anno ha girato l’Italia, visitato i campi, incontrato i giovani atleti, lavorato con gli allenatori locali. La sua filosofia è la visibilità, all’interno del movimento, non quella fumosa del futsal. Vuol mostrare ai giovani italiani che la nazionale è qualcosa a cui aspirare, anche fosse solo per una sorta di vetrina.

Il risultato? 4 vittorie su 4 nella fase a gironi. Quarti di finale contro Porto Rico. L’espresso che finalmente si è raffreddato abbastanza da non scottarsi.

E adesso?

L’Italia affronta Porto Rico nei quarti di finale sabato 14 marzo alle 21:00 ora italiana su FS1. Fox Sports 1, per i digiuni di streaming sportivo. Dall’altra parte del tabellone, il Giappone aspetta. Sempre il Giappone. Come un esame universitario che sai di non poter rimandare all’infinito.

Io guarderò. Ma con un thè — caldo, di quello uscito da un bollitore che sbuffa sempre, perché sono fatto così — perchè facevo quello durante Italia vs USA con quel misto di speranza e scaramanzia che chi segue lo sport conosce bene. Avete imparato che raramente, quasi mai ad essere sincero, racconto la partita. Racconto cosa succede a me mentre la guardo, confesso sarebbe più esatto: mentre mi distraggo.

E per adesso, quello che succede è che sono stranamente orgoglioso di una nazionale di baseball composta in gran parte da italoamericani cresciuti a Louisville Slugger e sogni MLB.

De Coubertin diceva che l’importante è partecipare. Ma non lo diceva davvero. Lo sapeva anche lui, che l’importante è vincere.


Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.