La Coppa Italia di calcio a 5 femminile è finita. Quella di Serie A, intendo: adesso ce n’è una per ogni livello, come se da qualche parte qualcuno avesse deciso che ogni categoria merita la sua coppa. Forse ha ragione, ma rimane una di quelle scelte che lasciano un senso lieve di perplessità sospesa, come un mobile Ikea a metà montaggio.
La finale era prevedibile. Non nel senso che bisognasse consultare foglie di tè, né tantomeno interpellare la Sibilla Cumana. Per chi dormiva durante le versioni di latino: la Sibilla stava in una grotta a Cuma, fuori sisoffiava un vento assurdo che spostava le foglie su cui scriveva i suoi vaticini. Risultato: spesso non si capiva una beata mazza. Virgilio non ha mai scritto “beata mazza”, ma il concetto è quello.
I fatti, però, non sono in discussione. Kevin Bacon ce lo ricorda in A Few Good Men, e in questo caso vale più che mai.

Le visualizzazioni del futsal femminile su YouTube valgono il 67 per cento in meno di quelle del maschile. Un canale che ha lavorato l’intero mese scorso ha una stima di guadagno intorno ai 725 dollari. Circa 619 euro. Seicento e qualcosa. Se avete in testa quanto è costata la produzione del grande evento, scritto MAXI, anche se con due x avrebbe almeno potuto strizzare l’occhio al Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, potete trarre le vostre conclusioni. Io ho già tirato le mie.

Quando una finale finisce sei a zero, la domanda non è retorica: l’intero movimento ha, per usare un eufemismo, un problema di competitività. Quella stessa domenica sera, in contemporanea, il Como andava sotto di due gol in casa contro l’Inter che poi rimontava per vinceva tre a quattro. Il Como, una squadra che aveva bisogno di quei tre punti per difendere il posto in Champions League e l’altra per cucirsi un pezzo di scudetto sul petto. Tre a quattro. Stesso orario, stessa sera. Sei a zero contro tre a quattro, e non aggiungo altro.
In campo c’era un palazzetto pieno, ci hanno raccontato i commentatori, “sulla scia di Ancona”. Pieno del “popolo del futsal”. Le virgolette sono mie, le parole sono loro. Stranamente, questi popoli del futsal tendono a entrare tutti in un pullman da cinquanta posti, ammesso che sia pieno. Alla parola popolo si associa di tutto: masse, bandiere, quella scena di Braveheart con la faccia dipinta e il grido. Difficile, però, chiamare popolo una scampagnata di amici fuori porta con la scusa della finale. Che ha la sua dimensione, legittima e anche bella. Ma non è un popolo. Semplicemente.

Chi commentava si trovava davanti a un compito difficile. Un sei a zero non si racconta, si sopravvive. E lo si sopravvive riempiendo gli spazi nel modo che riesce. A tre minuti dalla fine, con una squadra sotto di sei reti, ci è stato detto che “questo è uno sport imprevedibile” e che si poteva ancora “recuperare”. Ho sentito la mancanza di quello che dice sempre guarda. Almeno era comico nella sua ridondanza.
La seconda voce aveva un vibe da Di Gennaro. Non nel senso che era lui, ma nel senso che se non sai chi è Di Gennaro ti chiedi cosa ci fa lì, e poi qualcuno spiega alla gen Z che ha vinto lo scudetto col Verona e ha quindici presenze in nazionale, e forse te ne fai una ragione, forse no. Quando ho chiesto chi fosse, la risposta è stata: “Sarà un ex giocatore non di grido.” Bravi, comunque. Non era facile. E il momento di marketing aziendale, quando arriva, si capisce sempre.
Questo lunedì s’è già inoltrato abbastanza e il post con presidenziale entusiamo non arrivava. Quello che celebra il successo di uno sport che ultimamente viene definito, con una certa involtontaria comicità, in fermento. Ho l’impressione che da qualche parte, l’uso di sostanze fermentate stia diventando narrativamente problematico.

