Vincitori: Klint Kubiak e Fernando Mendoza
Sono ventitré anni che i Raiders non vincono una partita di playoff. Ventitré. Il tipo di cifra che smetti di dire ad alta voce e cominci a mormorare, come si fa con le sconfitte che non riesci ad archiviare. Dodici allenatori ci hanno provato. Uno solo ha chiuso il proprio ciclo in attivo: Rich Bisaccia, interinale, sette vittorie e cinque sconfitte nel 2021, accesso ai playoff, poi messo da parte in favore di Josh McDaniels. Aveva fatto quello che gli era stato chiesto. Lo hanno salutato lo stesso.
Klint Kubiak non si fa illusioni su quello che lo aspetta. E Fernando Mendoza, prima scelta assoluta del draft 2026, diventerà presto il nuovo volto di una franchigia che usa i suoi quarterback come si usa la carta: li consuma e li cambia.
La lista di chi è passato da Las Vegas senza farsi del male è breve. Geno Smith è crollato dietro una linea offensiva colabrodo e un coordinatore offensivo, Chip Kelly, che chiamava schemi mai inseriti nel playbook. Carroll ha sentito il bisogno di chiedere scusa in pubblico per conto di Smith. Derek Carr: nove anni, un’apparizione ai playoff, poi fuori. Carson Palmer: ventiquattro partite.

Eppure.
A guardare la rosa adesso, non quella degli ultimi vent’anni, il quadro non è disperato. Tyler Linderbaum, strappato a Baltimore, potrebbe essere il colpo più importante dell’offseason. Il sistema di Shanahan che Kubiak vuole riprodurre ha bisogno di un centro affidabile, e Linderbaum è probabilmente il migliore in circolazione. Kolton Miller è un buon tackle sinistro. Spencer Burford conosce il sistema dai tempi di San Francisco. Ashton Jeanty entra nel suo secondo anno. Con una linea finalmente decente, un running game tra i primi dieci della lega è un obiettivo plausibile. La soglia da superare non è altissima: Las Vegas ha avuto il gioco di corsa tra i peggiori della storia in ognuna delle ultime due stagioni.
Mendoza avrebbe preferito lanciare a Ja’Marr Chase e Tee Higgins invece che a Jack Bech e Jalen Nailor. Ovvio. Ma ha Brock Bowers come tight end, uno che sa trasformare un passaggio corto in un guadagno lungo perché so come muoversi tra gli hashmarks meglio di altri. Ha Kirk Cousins, che l’offense la conosce a memoria, come mentore o come titolare mentre Mendoza trova i suoi ritmi. Ha Tom Brady nell’organizzazione, minority owner, il cui contributo concreto è tutto da dimostrare, ma che almeno non è un peso.
Kubiak e Mendoza sembrano genuinamente contenti di essere là. Di fronte a questa frase riferita ai Raiders, la risposta normale sarebbe: davvero? Ma stavolta, a guardare con attenzione, si intravede qualcosa che assomiglia a un’idea coerente. Non è una garanzia. È solo una direzione. Per i Raiders, per ora, è già molto.

Vincitori: Ty Simpson / Perdenti: Los Angeles Rams
Ore prima che Goodell annunciasse la prima scelta, il general manager dei Rams Les Snead aveva già chiamato Ty Simpson per dirgli che non sarebbe scivolato oltre il tredicesimo posto. Parola mantenuta. Simpson è diventato il quarterback di Los Angeles con la tredicesima scelta, molto prima di dove lo collocava qualsiasi analisi disponibile in rete.
Simpson è un quarterback piccolo. Un metro e ottantotto, novantaquattro chili, diciassettesimo percentile per peso tra i pari ruolo universitari. Nella stagione con l’Alabama ha perso sei fumble, il record tra tutti i giocatori FBS nel 2025, e si è fatto male alle costole nella seconda metà della stagione. Ha disputato solo quindici partite da titolare in tutta la carriera universitaria, tutte nel 2025, dopo due anni passati dietro Jalen Milroe.
Il dato che conta, però, non è fisico. Tra i quarterback presi al primo giro con meno di venti partite da titolare in college, solo tre hanno poi firmato un secondo contratto con la stessa franchigia. Escluso Cam Newton, le cui partite al junior college non vengono conteggiate, solo uno ha mai raggiunto un Pro Bowl con così poco rodaggio: Trubisky. Trubisky è il termine di paragone.
Eppure Los Angeles è probabilmente il posto migliore in cui Simpson potesse finire. McVay fa crescere i quarterback. Lo ha fatto con Cousins. Lo ha fatto con Goff, prima di decidere che non bastava e di prendersi Stafford, che nel 2025 ha disputato forse la stagione migliore della carriera. Stafford ha trentotto anni, ha valutato il ritiro, ha saltato il training camp per problemi alla schiena. La finestra è ancora aperta, ma nessuno sa per quanto.
I Rams avevano una ragione per pensare al futuro. Solo che il futuro può aspettare: Los Angeles è a uno o due giocatorida dal vincere il titolo adesso, con Stafford in forma. Sacrificare il presente per un quarterback ipotetico è il tipo di scelta che si rivaluta male.
Snead e McVay hanno guardato avanti, ignorando la storia. Compresa la propria.

Perdenti: Jeremiyah Love
Non è una critica al giocatore. Love è un running back straordinario, velocità e capacità di reggere il contatto, scleta la primo giro assicurato ad ogni giocata in NCAA. Il punto è dove è andato a giocare.
I Arizona Cardinals lo hanno scelto come terza scelta assoluta in questo draft. Il contratto da rookie prevede oltre cinquanta milioni di dollari garantiti, un record per un running back che fa impallidire i trentasei milioni di Barkley dell’anno scorso. Come salario annuale, Love entra in NFL come il settimo running back più pagato, davanti a giocatori come James Cook e Alvin Kamara.
I Cardinals sono una squadra mediocre, con una linea offensiva in difficoltà e nessun quarterback capace di tenere le difese a bada. È il contesto peggiore possibile per un running back di valore: tutto il peso su di lui, nessun sostegno.
La storia su questo punto non lascia molto spazio all’ottimismo. Barkley è diventato MVP a Philadelphia, con la linea offensiva più forte della lega e un sistema costruito per valorizzarlo. Quando quella linea è regredita nel 2025, Barkley ha perso quasi novecento yard, sei touchdown, quasi due yard per portata. Il talento da solo non basta: il running back è sempre anche un prodotto di chi gli sta davanti.
Love dovrà fare meglio di Barkley 2025 solo per essere considerato un successo. Con quello che ha intorno adesso, sembra difficile.
Cinquanta milioni garantiti restano cinquanta milioni garantiti, e nessuna analisi può modificarli. Ma i Cardinals lo hanno messo in una situazione in cui fallire è più facile che riuscire, e di questo tipo di danno ci si accorge tardi.

Vincitori: A.J. Brown lontano da Philadelphia
Il trasferimento sembrava già scritto. Schefter aveva già annunciato che Brown sarebbe andato ai Patriots dopo il primo giugno, anche se certi sviluppi nella vita di Mike Vrabel complicano adesso quella destinazione. Ma Philadelphia ha selezionato Makai Lemon con la ventesima scelta, e il messaggio era chiaro: Brown ha giocato la sua ultima partita con la maglia degli Eagles.
Lemon e Brown non si assomigliano. Brown è grosso, fisico, dominante nell’uno contro uno sul fondo e sul perimetro. Non si crea spazio con le routes: lo ottiene con il corpo. Lemon è piccolo, lavora principalmente dallo slot, si crea lo spazio, blocca volentieri. Non è solo una differenza di caratteristiche, è una differenza di funzione.
Il nuovo coordinatore offensivo degli Eagles, Sean Mannion, viene dal gruppo di McVay: formazioni compresse, ricevitori che partecipano al gioco di corsa, un sistema che chiede ai wide receiver di bloccare, non solo di correre le loro routes. Brown non ha mai amato quella parte del lavoro. Non era fatto per quel sistema, e il sistema non era fatto per lui.
Rimane Hurts senza il suo punto di riferimento principale. Brown era il ricevitore che permetteva al quarterback degli Eagles di ignorare il centro del campo: basta lanciare sul fondo fuori dai numeri, dove Brown vince quasi sempre. Adesso Hurts dovrà trovare soluzioni che non ha mai cercato. Philadelphia sta costruendo la pressione giusta per capire se il proprio quarterback sa adattarsi prima di firmare un’estensione di contratto importante. È un rischio calcolato, non un errore.
Per Brown, chiunque lo acquisisca prende ancora un giocatore di primissimo livello, finalmente in un sistema che sa come usarlo.
Vincitori: New York Giants (quasi)
Era a un passo. New York aveva già preso Arvell Reese con la quinta scelta, linebacker e probabilmente il prospetto più completo dell’intera classe del draft. Tanto da paragonarlo a Micah Parsons. Il suo compagno di squadra ad Ohio State, Caleb Downs, era ancora disponibile. I Giants potevano chiudere la serata con due dei migliori prospetti del draft.
Hanno scelto invece il tackle offensivo Francis Mauigoa di Miami con la decima scelta.
Non è una scelta sbagliata. Certi analisti lo considerano il miglior tackle a disposizione. C’è però un’ernia del disco che per ora non dà sintomi ma che potrebbe richiedere un intervento chirurgico importante se dovesse aggravarsi. La schiena non è il tipo di problema che migliora con il tempo, e tanto meno quando il tuo lavoro prevede collisioni quotidiane con uomini da centoquaranta chili.
Nonostante questo: tornare a casa dalla prima notte del draft con Reese e Mauigoa, due prospetti di primissimo livello in quelle posizioni di cui hai disperatamente bisogno, è un risultato concreto. Schoen aveva ceduto Dexter Lawrence II a Cincinnati ricavandone la scelta poi usata su Mauigoa, il che gli ha permesso di scegliere quinto senza pressioni di alcun tipo. Il miglior giocatore disponibile era Reese. Schoen ha preso Reese.
Adesso che Reese è in rosa insieme a Brian Burns e Abdul Carter, Thibodeaux è cedibile. Quello che si ricava da Thibodeaux potrebbe essere la chiusura ideale di un offseason che, per la prima volta in anni, i tifosi dei Giants hanno qualche ragione per ricordare senza fastidio. Harbaugh in panchina, giovani di valore, veterani utili. Vincere l’offseason non garantisce niente in campo. Ma è un inizio diverso.

Perdenti: I mock draft
Non è colpa di quelli che ci hanno passato centinaia di ore. Hanno fatto del loro meglio davanti a un draft che aveva deciso di non stare alle regole.
I Raiders avevano praticamente già annunciato Mendoza, quello era un regalo. Poi i Jets hanno ignorato l’intero panorama del betting, che dava Reese come favorito netto per la seconda scelta, e hanno preso David Bailey, pass rusher del Texas Tech. I tifosi dei Jets erano sicuri di Reese. I Jets avevano persino cancellato il suo top-30 visit nel corso del mese, e sembrava una conferma. Era un depistaggio. I Cardinals hanno preso Love terzo: avrebbe forse dovuto sorprendere meno, è una franchigia con una lunga tradizione di scelte difficili da giustificare, e durante il draft non è riuscita nemmeno a recapitare il numero di telefono di Love alla persona giusta. I Titans hanno risposto con Tate al quarto posto, buon giocatore, prezzo alto, non tutti si sono trovati d’accordo. I Chiefs hanno usato due scelte di secondo e terzo giorno per salire di tre posizioni e prendere il cornerback Delane. I Giants hanno preso Reese al quinto, assente da qualsiasi previsione. I Commanders, attesi su prospetti offensivi in quasi ogni analisi, hanno preso il linebacker Styles. Poi i Rams hanno chiamato Simpson.
Un mock draft che tocca il trenta per cento di precisione è già un buon risultato nella maggior parte degli anni. Di solito i primi dieci pick sono la parte più stabile. Quest’anno erano la parte più caotica. Non c’era verso di beccarci.

Vincitore: Il nuovo timer da otto minuti
C’è stato un tempo, non lontanissimo, in cui ogni scelta al primo giro aveva quindici minuti a disposizione. Il draft 2007 durò sei ore. Sei. Abbastanza per guardare due terzi della trilogia de Il Signore degli Anelli con qualche pausa. Poi il timer è sceso a dieci minuti. Quest’anno, a otto.
Risultato: tre ore. La stessa durata di una partita. Sembra la durata giusta per guardare un uomo leggere trentadue nomi ad alta voce in televisione.
La NFL ha rinunciato a qualcosa di pubblicitario per restituire qualcosa di umano: una serata digeribile a persone che avrebbero guardato comunque, ma che adesso possono andare a letto a un’ora decente.
È poco. Ma di notte, le piccole cose contano.

