Un libro: Acido Lattico

Illustrazione stilizzata con linee pulite e forme semplificate

Cercavo qualcosa da leggere, ma anche da ascoltare, mentre faccio altro. Sono un consumatore seriale di libri. Per questo è anche difficile trovare qualcosa che m’interessi e al tempo stesso che non abbia letto. Capita così di trovarmi a riascoltare libri che ho letto.

Ma non è questo il caso.

Scorro pigramente la lista degli audiolibri presente su RaiPlay Sound, peggiore piattaforma sulla quale ascoltare qualcosa, non ha nemmeno l’opzione per ricordare dove hai interrotto l’ascolto di qualcosa. Che nel caso di un audiolibro e fondamentale, non puoi scaricare nulla dal web, solo dalla loro app. Poi che uno diventa un pirata.

M’imbatto così in un titolo “Acido Lattico”, clicco play, quasi compulsivamente, qualsiasi cosa è meglio del silenzio.

Nella mia testa le parole diventano immagini, il libro scorre come un film, qualcosa che posso vedere. Un puzzle di miei ricordi che si modellano per raccontare i ricordi di qualcun altro. Arriva così quel momento, nella vita come nello sport, in cui il racconto smette di essere una bugia, finzione. Non accade sotto i riflettori, non accade al centro della pista. Accade ai margini, quando l’adrenalina si esaurisce e un atleta resta fermo per mezzo secondo di troppo. Linea Laterale nasce lì, in quello spazio sospeso tra il gesto tecnico e la verità che nasconde.

È da quella sensazione che vorrei partire per parlare del libro di Saverio Fattori o forse, usare il libro come pretesto per parlare di altro.

Le recensioni sono un genere stanco: raccontano la trama, giudicano lo stile, assegnano un voto. Questo non è una recensione. È un invito alla lettura, all’ascolto, visto che esiste l’audiolibro ed è gratis. Forse è anche un tentativo di capire cosa significa, davvero, la parola doping.

Bozzetto dinamico con linee fluide e movimento semplificato

La pista come trincea

“Acido lattico” è un romanzo noir d’ambiente sportivo che indaga il mistero di un suicidio e la faccia oscura dello sport professionistico. Spiegherebbero quelli bravi. L’io narrante è Claudio Seregni, un mezzofondista che sogna le Olimpiadi di Pechino. Ma Claudio è una brutta persona: razzista, cinico, ossessionato dalla paura dell’insuccesso. Colleziona schede di giovani talenti perduti o martoriati da infortuni “per esorcizzarla”, quella paura. Fino a quando si imbatte in Clara, promessa sfumata del mezzofondo, e a lei racconterà la discesa agli inferi, necessari a suo dire per sopportare nuovi carichi di lavoro.

Una scoperta, per me. Niente predicozzi moraleggianti, nessuna pretesa da romanzo di denuncia. Un pugno al plesso solare. Una narrazione algida, impietosa, che sonda il lato oscuro dello sport senza offrire il supporto di una morale consolatoria. Una storia d’atletica, di pista, di campestre in teoria di libertà ed è invece un racconto claustrofobico, tanto da far sembrare la discesa di Dante agli inferi una passeggiata di salute.

Un luogo che odora di fatica e acido lattico, ciò che brucia nei muscoli quando il corpo è spinto oltre il limite. È la fatica che si accumula, la soglia che non si può superare se non con l’aiuto di qualcosa. Il doping, nel romanzo, diventa la trasformazione del corpo, la performance come utopia della perfezione, più che un semplice fatto criminale. L’atleta è vittima ma non carnefice.

Perché si dopa?

La domanda che “Acido lattico” costringe a porsi non è “come” ci si dopa, ma “perché”. E la risposta è meno scontata di quanto si creda.

Gli atleti possono ricorrere a sostanze non solo per migliorare la capacità di sopportare i carichi di lavoro e quindi la performance, ma anche per gestire lo stress e le pressioni psicologiche che tanto oggi influenzano la salute mentale dell’atleta. Il doping diventa una soluzione per non sentirsi inadeguati. “La seduzione della chimica per allontanare la morte è sempre presente”, ha scritto Fattori. E questa frase, pronunciata a quindici anni di distanza dalla prima pubblicazione del romanzo, suona oggi più vera che mai.

Non è un caso che il libro, uscito nel 2008 e poi finito fuori catalogo, sia stato riscoperto grazie a una lettura su *Ad alta voce* di Radio3 e ripubblicato prima da CN Editore e poi da Oligo. I temi che Fattori metteva su carta allora: doping, modificazione del corpo, ossessione della prestazione, oggi sono tornati al centro del dibattito.

Il corpo come campo di battaglia

C’è un risvolto medico, forse più drammatico di quello psicologico. E qui sono i numeri a prendersi il palcoscenico.

Il doping può causare effetti avversi significativi, in particolare sul sistema cardiovascolare, determinando condizioni e malattie gravi che contribuiscono all’aumento della morbilità e mortalità tra gli utilizzatori. La gravità degli effetti dipende dal tipo di sostanza, dal dosaggio, di solito superiore a quello terapeutico, dalla durata dell’assunzione e dalla variabilità individuale. Soprattutto poi perché non c’è nessuna necessità terapeutica nella loro assunzione.

Il cuore si ingrossa, le pareti si ispessiscono, il sangue fatica a scorrere come dovrebbe. E poi c’è il conto psicologico: ansia, depressione, dipendenza. Il corpo si sfalda, ma intanto il podio è lì. Ansia, depressione, dipendenza: il doping peggiora la qualità della vita degli atleti, compromettendo non solo le loro carriere ma anche le relazioni personali. Ma ti fanno vincere.

Disegno tecnico minimalista con silhouette semplificate

La pervasività del doping

Il dato più inquietante, forse, è che il doping non è più confinato all’élite. Si è diffuso a tutti i livelli dell’attività sportiva. Il fenomeno è ormai pervasivo, sistemico, anche lontano dall’élite. Basta consultare i dati pubblicati dalla WADA e scoprire casi di doping nel bridge come nelle corse ciclistiche amatoriali.

E la responsabilità non è solo degli atleti. Come mostra “Acido lattico”, il mondo che circonda l’atleta; dai tecnici, agli allenatori, fino ai dirigenti, e in particolare i medici sportivi,  è spesso complice, o almeno silenziosamente connivente. L’atleta diventa cavia nella rete di un sistema disumano che crea, abbandona, distrugge i suoi aspiranti eroi quando le loro performance smettono di corrispondere agli standard prefissati.

Fattori, con la sua scrittura documentata e verosimile, affonda il bisturi del realismo in un mondo di fatica non necessaria, profusa da tutti coloro che non vogliono invecchiare. Un mondo dove il corpo è un progetto, la performance un’ossessione, e il doping la logica conseguenza di un sistema che chiede tutto e non dà niente in cambio se non l’illusione della perfezione.

Perché leggerlo o ascoltarlo

“Acido lattico” non offre risposte. Non dice cosa è giusto e cosa è sbagliato. Non indica colpevoli. Semplicemente mette il lettore, o l’ascoltatore,  di fronte a una domanda, scomoda. Quanto siamo disposti a sacrificare per inseguire un sogno? E cosa succede quando il sogno diventa un incubo?

L’ho ascoltato mentre facevo altro, ma a un certo punto ascoltarlo è diventata l’unica cosa che facevo. Ma è anche un libro che resta addosso, come l’acido lattico dopo uno sforzo estremo. Perché parla di noi, del nostro rapporto con il corpo, con il successo, con la paura di non essere abbastanza.

La pervasività del doping nel mondo sportivo più che un problema di etica individuale, è il sintomo di un sistema malato. Che misura il valore di una persona in secondi, centimetri, grammi. Finché lo sport sarà questo e forse lo è sempre stato,  il doping sarà una tentazione difficile da rimuovere.

Forse il doping non si fermerà mai. Ma leggere o ascoltare Fattori serve almeno a smettere di fingersi sorpresi.

Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.