Caffè Corretto – Se il Calcio diventa il futsal

Modrić, De Bruyne, Vardy. Il racconto di un calciomercato che fa assomigliare tristemente il calcio italiano al suo cugino con la palla che rimbalza meno. Il futsal italiano è già rifugio di giocatori a fine carriera, di atleti che sono al secondo giro sul viale del tramonto. Il calcio italiano in difficoltà economica e di pubblico sembra imitarlo, tristemente.

La Serie A di calcio come retrovia dell’Europa. Secondo la ricerca Sponsor Value, realizzata dalle società specializzate StageUp e Ipsos, l’87 per cento degli appassionati che dice di seguire il calcio è interessato alla sola Serie A. Un dato complessivo di 25,5 milioni di appassionati che seguono il calcio, che sebbene stabile negli ultimi due anni è in calo rispetto all’anno pre-covid, il 2019.

Se uno sport in grado di offrire un pubblico di quelle dimensioni si trova in difficoltà, arranca infatti dietro alla Premier League, La Liga e ora anche la Bundesliga, complesso per discipline che raccolgono un pugno di appassionati trovare un sistema che permetta loro di fare business, ammesso ovviamente che esista.

C’è chi, come la Ligue 1, ha provato dopo due partnership fallimentari con MediaPro e Dazn, a lanciare un proprio canale tematico, fino ad oggi ha raccolto 600 mila iscritti. Il costo medio per seguire il calcio in pay-tv in giro per l’Europa si aggira mediamente intorno al 2 per cento del guadagno medio annuo.

. Chi acquista i diritti lo fa per ottenerne un guadagno e l’innalzamento dei costi genera una corsa inevitabile al rialzo.

Difficile così per sport minori poter raccogliere intorno a sé un pubblico pagante. Se oltre trenta milioni di italiani già seguono il calcio ma solo 13 milioni lo fanno attivamente (e sono interessati alla sola Serie A) diventa complesso trovare altro pubblico pagante.

Per la seconda giornata di campionato di calcio, DAZN ha realizzato 4,3 milioni di spettatori totali, quindi di quei 13 milioni totali solo un terzo ha attivamente seguito a pagamento le partite della massima categoria. Resta davvero poco spazio per la diffusione a pagamento di sport che non abbiano l’appeal del calcio. Perché NBA, NFL, MLB, WWE e le sigle potrebbero assommarsi ulteriormente, si mangiano l’attenzione e il denaro che resta.

La contrazione inevitabile del mercato, lo spostarsi verso prodotti sportivi capaci di raccogliere una audience planetaria, genera limitate possibilità per sport che non sono in condizione di muovere numeri significativi in termini di ascolti, di interesse.

Agli sport minori non resta che radicarsi in realtà demograficamente più piccole, in comunità quindi più facili da animare e che possibilmente non hanno una concreta concorrenza locale dal calcio. Perché se per andare in curva in Serie B il biglietto costa 10 euro, difficile anche che chiederne otto per una partita di calcio a 5, peggio se al femminile, possa attirare pubblico… ma se non c’è niente altro in paese, forse qualche speranza rimane.

Il calcio italiano che insegue stelle al tramonto mentre le leghe europee si contendono i talenti emergenti. Una fotografia impietosa di un movimento che ha smesso di guardare avanti e si accontenta di vivere di rendita su un passato sempre più sbiadito. I numeri non mentono: quando solo un terzo degli appassionati è disposto a pagare per vedere la propria squadra del cuore, il problema va oltre la semplice crisi economica. È una questione di appeal, di capacità di coinvolgimento, di quella magia che una volta rendeva ogni domenica un appuntamento irrinunciabile.

Mentre altrove si investe su stadi, tecnologia e spettacolo, l’Italia continua a vendere il proprio patrimonio calcistico pezzo dopo pezzo, consolandosi con l’arrivo di campioni che in altri campionati sarebbero già considerati memorabilia. Una strategia che funziona per il marketing a breve termine ma che non costruisce futuro, non crea quella narrazione avvincente che tiene incollati milioni di spettatori davanti agli schermi.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una Serie A che fatica a competere economicamente con le big europee, sport minori relegati ai margini di un sistema già in difficoltà, e un pubblico che sempre più spesso preferisce guardare altrove per trovare quello spettacolo che il calcio italiano sembra aver dimenticato come si confeziona.

Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.