Questa mattina ci sono due tipi di appassionati di calcio. Quelli che hanno visto la finale della Coppa d’Africa 2026 e quelli che ne hanno sentito parlare. Potremmo passare ore a discutere tutto quello che rappresenta l’ultima vera competizione per nazionali di calcio, dissertare sul significato sociale e politico che prova a prevalere su quello sportivo e per fortuna non ci riesce.
Se non vi siete trovati ad applaudire e festeggiare davanti al televisore i ragazzi del Senegal che uscivano dal campo dopo un assurdo rigore assegnato nell’ultimo dei sette minuti di recupero, allora probabilmente siete nostri lettori occasionali. Se non vi siete abbracciati ad avventori sconosciuti in un bar dopo il cucchiaio di Diaz parato, allora avete cliccato qui per sbaglio. Se non avete esultato con le braccia al cielo al gol di Pape Gueye e vi siete scoperti tifosi del Senegal, allora davvero: cosa ci fate qui?
Il significato di Teraanga
La vittoria sul campo del Senegal mi offre l’occasione per celebrare i Leoni della Teranga. Teraanga non è un luogo, rappresenta però l’essenza stessa della cultura di quel paese. Potreste essere appena atterrati a Dakar e una donna in uno dei tradizionali abiti coloratissimi vi chiede con estrema gentilezza e familiarità se può usare il vostro smartphone. Da occidentali quali siete trasalite, sospettate un tentativo di furto, esitate. In quegli istanti un uomo lì in fila con voi per le valigie porge gentilmente il telefono alla signora. Questo è Teraanga.
Teraanga pone l’accento sulla generosità d’animo e sulla condivisione dei beni materiali in ogni incontro, anche con gli sconosciuti. In questo modo si crea una cultura in cui non esiste alcun “altro”. Offrendo così tanto a chiunque, indipendentemente da nazionalità, religione o classe sociale, nasce la sensazione che tutti siano al sicuro e benvenuti.

Se il calcio, come qualsiasi altra disciplina, resta confinato al risultato sul campo, quell’emozione non ha che un valore estremamente effimero. Quel Senegal vs Marocco racconta anche di un nord Africa che si definisce arabo o africano a seconda della convenienza, e questo genera una tensione che esula dal calcio.
La Coppa d’Africa è importante perché i giocatori emigrati quasi tutti all’estero sanno che per diventare eroi sportivi nazionali devono vincere questa coppa. A nessuno nei confini della loro terra natale importa davvero di quante Champions League hanno vinto, ma della Coppa d’Africa sì.
Un saluto e un nuovo inizio
L’epilogo di questa straordinaria Coppa d’Africa — perfino mia madre ha visto l’orrendo cucchiaio di Brahim Abdelkader Díaz, il ragazzo di Malaga che ha scelto di rappresentare il Marocco — mi offre l’occasione di salutare anche questa rubrica. Caffè Corretto è l’ultima vestigia di una Linea Laterale essenzialmente centrata sul futsal tricolore. Ha assolto il suo compito. Non risponde più alle necessità di uno spazio che racconta molto altro che le piccole malefatte di uno sport di nicchia.
Dalla prossima settimana debutterà un nuovo spazio, uno capace di rispondere meglio ai flussi di traffico e di interesse che i dati di analisi del sito riportano. Anche la nuova rubrica resterà uno spazio di lettura, non uno incentrato al commento casuale e spesso irato. Perché? Che gli sfogatori di frustrazioni paghino un prezzo condividendo l’articolo e non appesantiscano i nostri social con il vuoto del loro ciarlare.
Si sono giocati anche i Divisional Playoff della NFL. In questa domenica nella quale la squadra locale di futsal femminile con un inaspettato pareggio ha agguantato il penultimo posto in classifica e quindi la momentanea salvezza grazie alla differenza reti. Perché mi importa del risultato di uno sport minore al femminile? Per le persone, non per la disciplina. Per gli abbracci a fine gara che nemmeno avessero vinto la Coppa del Mondo.
Forse questo è l’errore più grande di chi racconta il futsal italiano: pensare che contino i risultati, solo i risultati. Quando non lo fanno nemmeno per gli sport planetari per interessi e seguito.