La prima volta che ho sentito parlare di noonoouri — la digital influencer con gli occhi grandi e l’anima di codice — ho pensato forse era troppo presto per qualcosa così. Poi però mi sono accorto che aveva più follower di me. Di te. Probabilmente anche del tuo club del cuore messo insieme.
Il punto è questo: i personaggi digitali sono arrivati, si sono seduti sul divano, e non sembrano avere nessuna intenzione di andarsene. E io, sto ancora qui a discuterne come se fosse una novità.
V, la ragazza dai capelli blu che Visa ha inventato e che probabilmente è più creativa di noi tutti
Per i Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026, Visa ha presentato V: una persona digitale creata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, capelli blu elettrico, pensata per fare da guida e amplificatore delle passioni individuali degli utenti. Non è una chatbot, non è un avatar di supporto clienti che ti dice di “provare a spegnere e riaccendere”. È qualcosa di più ambizioso, e un po’ inquietante nel senso buono del termine.
Il progetto è stato sviluppato insieme a Saatchi & Saatchi Italy e Warner Music Italy, e ha debuttato il 6 febbraio con un singolo originale — Anywhere — prodotto da Merk & Kremont e cantato da Shorelle, giovane artista di Vicenza. Quindi: una multinazionale dei pagamenti digitali, un’agenzia creativa, una major musicale e una ragazza di Vicenza. Benvenuti nel 2026.
La cosa che mi ha colpito davvero, però, non è la tecnologia. È la frase della responsabile marketing di Visa Italia, Serena Di Matteo: “L’AI non crea sogni. Lo fanno le persone.” Una cosa che sembra ovvia finché non ti rendi conto di quante persone stiano aspettando che sia l’AI a farlo al posto loro.
L’AI non sostituisce la creatività. La moltiplica E tu stai ancora usando Canva nel modo sbagliato.
Esiste una distinzione fondamentale che spesso viene ignorata nelle discussioni sull’intelligenza artificiale e il marketing sportivo, ed è quella tra usare uno strumento e affidarsi a uno strumento. Sono due cose profondamente diverse, come la differenza tra usare una chitarra elettrica e aspettare che la chitarra suoni da sola.
Gli LLM generativi — quelli che stanno dietro a V, come a mille altri progetti creativi in giro per il mondo — non sono macchine che producono idee. Sono amplificatori. Prendono quello che hai in testa, quello che sai, quello che vuoi comunicare, e lo moltiplicano per un fattore che fino a qualche anno fa era impossibile per chiunque non avesse un budget da grande agenzia.
Detto in parole povere: se sei il social media manager della Costruzioni Edili San Matteo C5 (nome inventato, spero sinceramente non esista), non hai bisogno di Saatchi & Saatchi. Hai bisogno di un’idea e di sapere dove cliccare. Il resto, oggi, lo fanno gli strumenti. E in molti casi, sono gratuiti.

Il futsal social, come il calcio a 5 si è convinto di essere la Serie A
Qui arriva la parte che mi fa un po’ male, perché è quella in cui devo essere onesto con una disciplina che seguo, che amo in modo probabilmente irrazionale e che a volte mi fa venire voglia di vomitare, ripetutamente come quando hai bevuto troppi Jägermeister.
Il calcio a 5 italiano — e con lui buona parte degli sport cosiddetti “minori” — sta ancora aspettando il momento giusto per fare qualcosa di creativo sul serio. Nel frattempo, quel momento è già passato tre volte. Forse quattro.
Vedo profili social di squadre che pubblicano le formazioni con grafica da 2014, dichiarazioni pre-partita che sembrano uscite da un manuale del burocratese sportivo (“daremo tutto, siamo concentrati, sarà una partita difficile”), e post-partita dove il massimo della creatività è un collage di tre foto sgranate con un filtro Instagram che non usa nessuno dal 2019.
Nel frattempo, c’è chi fa satira — e la fa bene — su un profilo Instagram appena nato. Nel frattempo, Visa ha inventato una ragazza con i capelli blu. Nel frattempo, la BBC ha mandato influencer in giro per le Alpi a raccontare i Giochi da una prospettiva completamente diversa da quella tecnica, puntando su contenuti meno legati agli eventi e più evocativi, capaci di funzionare in qualsiasi momento del palinsesto.
E noi? Noi stiamo discutendo se il FantaSanremo nel 2026 sia ancora un’idea originale. Anticipazione: no. Non lo è. Non lo era già nel 2024.

La mascotte, l’eroe, la narrativa: strumenti che non costano nulla tranne il coraggio di usarli
. Quella vera. Quella che i brand grandi si sognano la notte.
Visa, con V, si è mossa in un territorio ancora parzialmente inesplorato — e lo ha fatto con i vincoli inevitabili di un marchio globale, con uffici legali, con linee guida di comunicazione, con il peso di 40 anni di partnership olimpica alle spalle. Visa è partner olimpico mondiale dal 1986. Ogni parola viene misurata. Ogni immagine approvata. Ogni rischio calcolato.
Tu no. Tu puoi fare la mascotte della tua squadra che piange dopo la sconfitta in trasferta a Frosinone. Puoi inventare un personaggio digitale che racconta la stagione dal punto di vista del magazziniere. Puoi creare una narrativa visiva con strumenti gratuiti — Midjourney, ChatGPT, Canva AI — e vederla funzionare o fallire, e non importa, perché nel calcio a 5 nessuno aspettava il tuo contenuto con l’ansia con cui aspetta il prossimo trailer Marvel.
Questo è un vantaggio enorme. È il tipo di vantaggio che chi lavora in comunicazione per i grandi brand ti guarda con un misto di invidia e incomprensione. Puoi sbagliare. Puoi fare cose imbarazzanti. Puoi pubblicare un pupazzo di neve con la scritta “Olimpiadi Invernali” e al massimo ti rideranno dietro tre persone, due delle quali sono comunque tifosi della squadra avversaria.

Il problema non è la tecnologia. Sei tu che aspetti il permesso.
C’è qualcosa di strano nel modo in cui molti content creator degli sport minori si rapportano alla propria disciplina. Una seriosità posticcia, come se raccontare il calcio a 5 richiedesse lo stesso tono con cui si annuncia la politica estera di stato.
Stiamo parlando di sport che cambiano i regolamenti in corsa, di calendari che sembrano costruiti durante una sessione di brainstorming particolarmente caotica, di squadre che nascono e muoiono nel giro di una stagione seguendo il ciclo emotivo del presidente di turno. Non è una critica: è semplicemente la realtà vivace, anarchica, e a tratti comica di un settore che non si prende — e non dovrebbe prendersi — troppo sul serio.
Allora perché i suoi comunicatori sì?
Nick Hornby, nel momento più bello di Febbre a 90°, non racconta una partita dell’Arsenal. Racconta cosa gli succede mentre la guarda. Racconta l’ansia, la speranza ridicola, la superstizione di indossare sempre la stessa sciarpa. Racconta l’amore per qualcosa che non te lo chiede nemmeno, che non sa che esisti, che potrebbe retrocedere domani e tu saresti comunque lì il giorno dopo.
Ecco il contenuto che manca. Non la grafica. Non il filtro giusto. Quella roba lì.
lo spazio è libero. Un pò come il pianto
V è un progetto bello, costruito con risorse che la maggior parte di noi non avrà mai, pensato da persone che passano le giornate a capire come un brand del calibro di Visa possa parlare alla generazione Z senza sembrare tuo zio che usa TikTok. Non è una virtual influencer, non è un chatbot, ma il volto digitale che connette tecnologia, creatività e passioni. Funzionerà? Non lo so. Ma almeno ci hanno provato.
La domanda vera è un’altra: chi ci prova, nel calcio a 5? Nel basket di provincia? Nel volley femminile di Serie B?
Spero, nel profondo, che la risposta sia “nessuno”. Davvero. Che tutti restino ancorati alle interviste stile conferenza stampa UEFA, alle foto di squadra in palestra, alle grafiche con i ritagli di Photoshop del 2009.
Perché lo spazio rimasto libero — quello strano, creativo, un po’ caotico spazio narrativo che nessuno ancora occupa negli sport minori italiani — è il posto più interessante in cui lavorare adesso.
E preferisco che lo trovino in pochi.

