Williams, il pullrod e la scommessa di chi arriva ultimo
Arrivare ultimi al primo giorno di scuola
Barcellona, shakedown. Tutti gli altri ci sono. Williams no.
Presentazione livrea due giorni fa? Una show car. Niente di vero. Silverstone, filming day: accendono i motori per la prima volta mentre gli altri hanno già fatto cinquecento chilometri a Montmeló. Ritardo industriale puro.
L’ironia li azzanna: proprio loro che nel 2025 avevano mollato lo sviluppo della macchina in pista per prepararsi al 2026. Sacrificio strategico, l’avevano chiamato. Vowles l’aveva detto chiaro: meglio un anno difficile oggi che arrivare impreparati domani.
Il domani è adesso. E sono in ritardo.
Vowles non cerca alibi. Spiega. Hanno rimandato la conferma del design fino all’ultimo. Telaio, ali, fondo: tutto finalizzato il più tardi possibile. La logica ha un suo perchè: chiudere i disegni ad aprile 2025 significa portare in pista roba vecchia di sei mesi. Aspettare troppo, però, strangola la produzione.
È quello che è successo. Il carico di lavoro in fabbrica è triplicato. Williams non è la Mercedes. Non è la Red Bull. Sta ancora imparando a far girare una struttura moderna, dove produrre conta forse più che disegnare.

Pullrod: contro tutti
Prima foto disponibile, prima sorpresa. Sospensione anteriore a pullrod. Otto squadre su dieci hanno scelto il pushrod. Williams va dall’altra parte.
Col regolamento 2026 che taglia l’effetto suolo, quasi tutti sono tornati al pushrod davanti. Più spazio per l’aero, meno compromessi sul fondo. Il pullrod abbassa il baricentro di qualche millimetro, ma vincola i flussi.
Williams lo tiene. E ci monta una geometria anti-dive tirata, simile a quella che Newey ha portato sull’Aston Martin. Triangolo alto davanti, basso dietro, molto arretrato. Base larga, stile telaio ad A.
Vowles ha parlato del lavoro di Newey con rispetto sincero: “Impressionante. Adrian mette i bracci dove secondo me non dovrebbero stare. Ma li mette”.
La Williams non copia. Usa il pullrod, Newey il pushrod. Ma la filosofia è simile: osare sulla geometria. Se funziona, bene. Se no, cambiare le sospensioni a campionato iniziato è come ristrutturare casa mentre ci abiti.
Prese d’aria da chi aspetta il traffico
Dettaglio che salta all’occhio: prese d’aria grandi. Radiatori generosi, airbox largo. In teoria è prudenza: meglio avere margine sul raffreddamento che cuocere il motore in Qatar.
In pratica è una confessione. Ogni centimetro quadrato di bocca d’aria è superficie tolta all’aerodinamica. Se punti a stare davanti, non regali carico per dormire tranquillo.
Vowles sa che Williams lotterà per il quinto posto. In mezzo al traffico, spesso. Un po’ di raffreddamento extra serve. Ma c’è il rischio del cane che si morde la coda: prepari la macchina per correre in gruppo, finisci per restarci.

Regolamento 2026: meno effetto, più strategia
Per capire serve sapere cosa è cambiato. Addio tunnel Venturi scavati nel fondo, arriva un design piatto con diffusore più grande ma meno efficace. Effetto suolo ridotto. Carico totale giù del 15-30%, resistenza giù del 40-55%.
In compenso: aerodinamica attiva. Ali regolabili davanti e dietro. Modalità Z per il carico massimo in curva, X per la minima resistenza in rettilineo. Non più DRS solo per chi insegue. Per tutti, ovunque.
Macchine più corte di 200mm, più strette di 100mm, più leggere di 30kg. Dovrebbero essere più nervose, meno ingessate, più facili da seguire. Condizionale d’obbligo fino a Melbourne.
Tre giorni persi sono tre mesi persi
Tre giorni di test a Barcellona non sono tre giorni. Sono correlazione vera contro simulazione. Sono chilometri nelle mani dei piloti, sono dati su gomme, temperatura, interazione motore Mercedes-telaio Williams.
Vowles dice di aver limitato il danno col simulatore. Sainz e Albon hanno lavorato. La Mercedes ha fatto 500 giri, i dati sono condivisi. Vero. Ma è come leggere la ricetta invece di cucinare.
Il team principal ammette: “Manca conoscenza ai piloti su cosa affinare in pista. Manca correlazione vera sull’aero e sulla dinamica”.
Il problema non è Sakhir. Sei giorni di test in Bahrain recuperano qualcosa. Il problema è dopo. Lo sviluppo. Chi parte con dati solidi accelera sugli upgrade. Chi deve ancora capire la base perde due, tre gare a girarci intorno.
Nel 2026, dove tutti ripartono da zero, i primi tre mesi decidono chi ha letto bene le regole.
Newey insegna: non c’è una strada sola
Che Williams abbia preso una geometria anti-dive simile all’Aston – pur con soluzioni diverse – dice qualcosa. Newey ha esasperato l’anti-dive sull’AMR26. Differenze enormi tra attacchi anteriori e posteriori dei bracci.
Questa roba può aumentare il caster ad alta velocità, dare stabilità in rettilineo, ridurlo in curva lenta, alleggerire lo sterzo. Teoria. Poi c’è la pista.
Williams non copia, studia. Guarda i migliori, filtra, adatta. È quello che serve a una squadra che vuole risalire: rubare idee senza essere kamikaze.
Il pullrod è un rischio. Può dare vantaggi di baricentro e flussi se integrato bene. O può essere il compromesso sbagliato quando tutti gli altri vanno forte col pushrod.
Vowles non vende sogni
Vowles all’AFP: “Il viaggio verso il secondo o primo posto non è nei programmi per il 2026. Abbiamo lavoro da fare”. Poi: “Il 2025 ha fissato la base. P5 è da dove voglio partire, da lì avanziamo”.
È l’approccio giusto. Non vendere illusioni, costruire. Il quinto posto del 2025 – il migliore in dieci anni – è un risultato. Ma sviluppo stagionale azzerato per concentrarsi sul 2026.
Vowles sa che per salire ogni gradino il prezzo aumenta. Da nono a quinto serve talento e organizzazione. Da quinto a quarto serve eccellenza industriale, da quarto a podio serve perfezione che Williams non ha.
“Ci sono elementi impressionanti nella macchina. Non tutto, ma elementi”. Traduzione: abbiamo fatto passi avanti, ma non lottiamo coi grandi. Non quest’anno.

Bahrain dirà la verità
Silverstone ha dato foto, non risposte. Duecento chilometri di filming day: dati base, problemi minori, Sainz e Albon in macchina. Utile, non sufficiente.
La verità arriva in Bahrain. Due sessioni di test, 11-13 e 18-20 febbraio. Lì si vede se il pullrod funziona, se le prese d’aria enormi sono problema o saggezza, se la geometria anti-dive porta vantaggi o instabilità.
E soprattutto si capisce se Williams ha davvero trasformato diciotto mesi di sacrificio in una macchina vera. Perché il piano di Vowles – mollare il 2025 per il 2026 – ha senso solo se il 2026 paga.
In Formula 1 le buone intenzioni contano zero. Conta il cronometro.
Il pullrod come specchio
La scelta del pullrod racconta Williams oggi. Coraggio di andare contro la maggioranza, ma non arroganza. Studiano Newey, non lo copiano. Sanno di non lottare per il titolo, ma vogliono costruire le fondamenta.
Newey sulla sua AMR26: “Non guardo mai ai miei progetti come aggressivi. Vado avanti e seguo la direzione che sento giusta”. Williams non ha Newey. Ha ingegneri che hanno fatto scelte coraggiose. Se funzionano, merito loro. Se falliscono, almeno hanno provato.
In Formula 1 c’è una cosa peggiore di sbagliare: non osare mai.
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