Kimi Antonelli domina i test Mercedes a Barcellona 2026

La Formula 1, si sa, è questione di decimi. Ma anche di generazioni, di passaggi di testimone, di inverni catalani in cui la terra è fredda e i cronometri parlano sottovoce. A Barcellona, mercoledì 29 gennaio, nella terza giornata di quello che ufficialmente è uno “shakedown” ma che nessuno chiama così — preferiscono tutti dire “test uno”, con pragmatismo anglosassone —, Andrea Kimi Antonelli ha fatto ciò che i giovani di talento fanno da sempre: ha superato il maestro. Due decimi netti su George Russell, compagno di squadra, mentore involontario, inglese metodico e rapido.

Il tempo di Antonelli — 1’17″362, se proprio volessimo fissare l’attimo — ha chiuso la giornata in vetta. Russell, che al mattino aveva girato con gomme dure C1 su un asfalto gelido come una mattina di novembre a Varese, aveva parlato con quella sua lucidità british di “temperatura a una cifra bassa, tra le più fredde mai provate su un circuito”. Quasi a dire: non prendeteci troppo sul serio, oggi. Ma la sostanza è che la Mercedes W17, questa creatura nata dalle nuove regole 2026, ha macinato oltre 300 giri in tre giorni senza un singhiozzo, senza capricci. Affidabilità è parola antica, eppure mai banale.

Il ragazzo di Bologna e il tempo che scorre

Kimi Antonelli ha diciannove anni. È nato a Bologna, città di portici e di rigore, cresciuto nel programma junior Mercedes dal 2019. Ha vinto in Formula 4, in Formula Regional, ha fatto punti in Formula 2, e poi — come accade ai predestinati — è stato catapultato in F1 al posto di un certo Lewis Hamilton, che di anni ne ha qualcuno in più e di titoli sette, e che ha deciso di andar via proprio mentre il mondo cambiava pelle.

Il 2026 è l’anno del grande reset tecnico: motori ibridi più potenti, aerodinamica rivoluzionata, pneumatici diversi. È il momento in cui i giovani possono azzardare, perché nessuno ha ancora capito tutto. E Antonelli, che in questa fase della vita crede ancora di essere immortale — come ogni diciannovenne che si rispetti —, ha il tempo dalla sua parte. Toto Wolff, patron austriaco dalla dialettica affilata, lo ha confermato senza esitazioni: “George e Kimi sono una coppia forte, e siamo entusiasti di continuare il viaggio insieme. Tradotto: il futuro è già qui, e ha il casco tricolore.

George Russell e la saggezza dei veterani ventisettenni

Russell, ventisette anni, è quello che una volta si sarebbe chiamato “pilota di riferimento”. Ha vinto cinque Gran Premi con Mercedes, è stato campione in GP3 e Formula 2, conosce ogni piega di Brackley e Brixworth. È il tipo che parla di setup e temperature dell’asfalto con la flemma di chi ha già visto molte primavere. Mercoledì mattina ha girato 92 giri, Antonelli nel pomeriggio 91. Una staffetta perfetta, quasi coreografica.

Ma i cronometri, si sa, hanno una loro morale. E quella mattina, tra il freddo e le gomme dure, Russell ha fatto il suo mestiere senza forzare. Poi è arrivato Kimi, che nel pomeriggio — forse con gomme più tenere, forse con più voglia di lasciare il segno — ha limato quei due decimi che nei test non significano nulla ma che, ai diciannovenni, sembrano tutto. Nessuna rivalità, per carità. Solo il naturale scorrere delle cose.

McLaren, Alpine, Haas: gli altri attori della scena

Non è stata una giornata solo Mercedes. Il MCL40 di McLaren, campione del mondo in carica con Lando Norris — che ora porta il numero 1 sul muso, con quella mista sensazione di orgoglio e superstizione —, ha debuttato con una livrea da test e 76 giri di pista. Norris ha chiuso a meno di un secondo da Antonelli, risultato rispettabile per chi ha appena svelato la macchina e ancora deve capire dove stia di casa la performance.

Alpine ha portato in pista Franco Colapinto e Pierre Gasly, che insieme hanno superato i 100 giri. Motore Mercedes anche per loro, e segnali incoraggianti dopo un 2025 complicato. Haas, invece, ha vissuto una giornata agrodolce: Ollie Bearman — altro giovane, altro inglese prestato all’avventura americana — ha fatto il sesto tempo, ma la VF-26 si è fermata due volte, limitando il lavoro a poco più di 40 giri. “Un problema più serio”, hanno detto con pudore anglosassone. Che tradotto significa: torneremo a saldare qualcosa stanotte.

Racing Bulls ha fatto chilometraggio con Arvid Lindblad, 120 giri in tutto, mentre Audi — dopo le difficoltà dei primi giorni — ha finalmente respirato con Nico Hulkenberg e una settantina di tornate. Ferrari e Red Bull, invece, hanno scelto il riposo dopo la giornata di martedì, quando Isack Hadjar aveva concluso anzitempo con un testacoda. Aston Martin arriverà giovedì, Williams ha rinunciato del tutto per ritardi sulla vettura.

Il senso discreto del cronometro

Diceva Gianni Clerici, parlando di tennis ma pensando alla vita, che lo sport è solo il pretesto. Il vero tema sono gli uomini che lo attraversano, il tempo che passa, le generazioni che si avvicendano con quella naturalezza un po’ crudele che è propria delle cose umane. A Barcellona, in un gennaio freddo e chiuso al pubblico — niente fotografi, niente telecamere, solo ingegneri e cronometri —, è accaduto qualcosa di simile.

Un ragazzo italiano ha girato più forte del compagno inglese. Nulla di epico, nulla di definitivo. Solo un piccolo segnale, una nota a margine. Eppure, in quel decimo e mezzo di vantaggio, c’è tutto il sapore del futuro che bussa alla porta. Russell continuerà a guidare con quella sua intelligenza cristallina, Antonelli continuerà a imparare e, ogni tanto, a stupire. La Mercedes ha già scelto: li vuole entrambi, almeno fino al 2027, forse oltre.

E così, mentre il sole tramontava su un Circuit de Catalunya deserto, con le montagne sullo sfondo e l’aria ancora pungente, qualcuno avrà pensato — con quella malinconia lieve che accompagna ogni passaggio di stagione — che il tennis, o la Formula 1, o qualunque altra cosa facciamo sotto il cielo, sono in fondo sempre la stessa storia. Una storia di tempo, di talento, e di decimi rubati al cronometro. Senza troppo clamore. Con eleganza.

Fonti autorevoli:
Formula1.com | Mercedes-AMG F1 | McLaren Racing | ESPN F1