Oggi ti voglio raccontare una storia.

Immagina di essere un atleta di appena 22 anni. Giochi a football in una di quelle università note per il loro programma di basket, non certo per il football. Accetti di giocare per una squadra perché è l’unica che ti ha dato una chance. Ti chiamano a guidare l’attacco di una squadra che detiene il record di sconfitte nella storia dello sport universitario. Nei tre anni precedenti ha collezionato 9 vittorie e 27 sconfitte.

Con te sono arrivati un gruppo di giocatori ai quali la vita ha dato più ostacoli che premi. Arrivate tutti dal fondo, come il capo allenatore che avete scelto di seguire.

Ieri notte siete diventati, per la prima volta nella storia dell’Università dell’Indiana, campioni di football universitario. Siete la prima squadra a concludere imbattuta la stagione con un record di 16-0 dal 1894. Tu hai vinto pochi mesi prima l’Heisman, il premio come miglior giocatore di football americano di college. Nella finale, nella partita che conta, nel momento che conta, hai segnato con una giocata che a guardarla ora spiega da sola perché hai vinto quel premio.

L’università ha aperto il palazzetto dove gioca la squadra di basket al pubblico, perché era l’unica struttura abbastanza capiente da contenere le richieste di un posto. Non il campo da football: l’arena. Alla vostra vittoria il palazzetto ha tremato sotto il peso di quell’esplosione di incredulità.

Tua mamma però non ha mai potuto alzarsi in piedi ad esultare per te. La sclerosi multipla la costringe sulla sedia a rotelle. Così anche tuo papà, un immigrato cubano di prima generazione, medico di professione, non si alza mai in piedi. Preferisce abbracciare la sua compagna di una vita lì, da seduto.

Hai guidato la squadra peggiore di sempre sul tetto del mondo sportivo, insieme a un gruppo di giocatori ai quali nessuno voleva offrire un’occasione. L’avete fatto battendo l’Università di Miami, “The U”, una delle squadre più iconiche del football americano.

Che storia, vero? In fondo, amiamo lo sport proprio per storie così.

Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.