Tre giorni a Natale. Le luci, le feste, i cappelli di Babbo Natale e i regali. Le voci e il tintinnare delle tazze in un posto che è sempre affollato anche quando sembra vuoto. Oggi, mettersi a scrivere di un’Italia che pareggia in amichevole con la Finlandia come se fosse qualcosa di davvero importante, sembra più sciocco del solito. È un po’ come fermarsi a parlare di una disciplina che mentre si dipinge bellissima ha parquet pieni di buche, e altri che semplicemente sono bagnati e impraticabili. E sono al chiuso.

Per un accidenti del caso, sempre che esista, trovo qualcosa che vale la pena leggere. Anche più d’una volta.

Perché racconta una storia, di fragilità e di pensieri. Tanti, che poi corrono avanti e se li fai scappare non li riprendi più e finiscono con il farti male. Ci vuole coraggio a raccontarsi spaventati. Sembra una contraddizione, vero? Ma è così che viviamo, tutti. Dentro alle nostre contraddizioni.

Fisicamente mi sono sentita una merda. Senza fame. Fotofobica. Con nausea e mal di testa per l’anestesia. Dipendente da qualcuno anche solo per muovermi. Antisociale e piena di pensieri. Non ho dormito più di due ore di fila.

Forse questo è uno dei regali più grandi che Leticia può fare al suo mondo, quello del futsal femminile: raccontare come si sta sul fondo di un dolore. Com’è l’odore di quel posto, come ci si sente ad abitarlo. Guardare con onestà a quello che si è e a dove si è richiede una forza che arriva solo quando ti trovi lì.

Non ho sentito la mancanza del futsal. Non mi era mai successo. Non mi sono chiesta quando tornerò. Mi fa persino paura guardare le partite.

Succede quando quello che fai non è chi sei. Quando chi sei è più grande di quello che fai. Se pensate che capiti a tutti, ecco, state leggendo le righe sbagliate: siete decisamente in un posto diverso da quello in cui pensate di essere. C’è una libertà enorme nel non essere quello che si fa, ma nell’interpretarlo in maniera tale da renderci diversi dal resto, in qualche modo unici.

Ma sono così stanca che riesco ad affrontare solo la giornata di oggi.

Avete idea di quanto sia difficile vivere solo nell’oggi? Eppure è l’unica cosa che possiamo controllare. L’oggi. Non ha senso indugiare in un passato che è scritto e non si può cambiare, e in un futuro che nessuno conosce e che, anche ad essere particolarmente creativi, al massimo possiamo solo immaginare. Leticia vi ha donato un pezzo di lei, l’ha esposto alle intemperie della vita e dei social. Quel suo condividere un momento di vita, a guardarlo da vicino, è un regalo preziosissimo e, anche se è incartato di lacrime e dolore, odora di speranza.

E tante, tante volte penso al perché sono andata a fare quel maledetto contrasto.
È un pensiero che mi tormenta ogni giorno.

Ripeto spesso che le parole che scriviamo rimbalzano in chi le legge spesso in maniera diversa da come le avevamo pensate. Ecco, queste l’hanno fatto con me. Le ho lette e si sono infilate in spazi diversi da quelli che il significato obiettivo delle parole occupa. Ne hanno generate altre, diverse da quelle che le hanno precedute, forse più intime e personali.

Leticia, non so se posso chiamarti Leti, non ci sentiamo da una vita. Perché gli anni, in questo mondo che corre velocissimo, creano distanze di tempo e d’affetto che poi non colmiamo mai più. Leti è per gli amici, credo, e non sono nemmeno sicuro che lo siamo. Capita di avere un dono, a volte senza nemmeno sapere di averlo, e quella frase è così: è un dono.

Verso tutti quelli che pensano a quel “maledetto contrasto”. Che è un momento della vita che vorremmo avere indietro. Continuiamo a farlo, a farci male anche solo con il ricordo. Ci perseguita per una quantità di tempo che sembra infinita. S’aggrappa al cuore come un sacco pesante che si riempie del veleno del rimpianto. Pesa dannatamente e non ci fa nemmeno respirare, pensare, e forse l’unica cosa che riusciamo a fare è piangere, anche solo apparentemente a caso.

Quel pensiero ti tormenterà ogni giorno. Ogni maledetto giorno. Sembrerà che tu non te ne possa mai liberare ed è così, non te ne libererai mai. Ma un giorno quel peso sul cuore, quel maledetto contrasto, sarà solo un ricordo. Non smetterà certo di tormentarti, ma avrà un perché, diventerà una spiegazione, sarà una ragione.

Non ti consolerà, non farà meno male. Ma trovare una risposta ai perché è il meglio che possiamo sperare.

Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.