Se dovessi desiderare un talento, vorrei quello di Osvaldo Soriano. Non mi farebbe però nemmeno troppo schifo avere anche solo una parte di quello di Pedro Almodóvar. Già, perché nessuno come il regista spagnolo è stato capace negli anni di raccontare così bene le donne, alle donne.
Questa poteva essere una storia di calcio a cinque femminile, di quelle solite che si leggono in un’estate che ha visto in seconda divisione scomparire già tredici squadre. Questa poteva essere la storia, tristemente familiare, della quattordicesima squadra.
Invece no.
Questa è la storia di un messaggio su una chat, quella di squadra. Che puoi anche fissare per ore e non registrare subito l’informazione, oppure peggio, il tuo cervello apprende la notizia ma tutto il resto del corpo si rifiuta di accettarla. Stagione finita, appena dopo l’iscrizione al campionato. Una squadra con ambizioni di promozione nella massima divisione, per un posto al sole.
La Serie B, l’ambizione di una A. I sacrifici di uno sport dilettantistico.
“Mi hanno insegnato da sempre che per fare qualsiasi cosa bene o male ci vuole lo stesso tempo, la differenza quindi sta nel modo in cui vengono fatte, nelle intenzioni prima che nelle azioni”.
E allora il problema qual è? Non sono gli sponsor, la visibilità… il problema è la credibilità, la competenza e l’attitudine. Ancora, queste sono parole tue e se qualcuno trasmette un’idea perfettamente, non c’è bisogno di cercarne altre di parole.

Forse vi siete, tutte, rassegnate al fatto che il vostro essere atlete è un dono che vi fanno altri, ho l’impressione che vi siate convinte che vi concedono di disputare un campionato agonistico, che il vostro impegno sia secondario, quasi accessorio. Così accettate compromessi che non dovreste mai accettare, spingete situazioni che in qualsiasi altro ambiente di lavoro sarebbero considerate inappropriate.
Accettate nel silenzio promesse e assegni postdatati. Accettate di svolgere una professione per qualcuno che considera invece la vostra attività un passatempo retribuito anche troppo. Vi ritrovate così a fissare un messaggio alla fine di un luglio afoso che odora di Sahel e non credete a quello che state leggendo.
Amo di queste donne atlete, non di tutte, la capacità di assumersi la responsabilità anche per colpe non loro. Perché ritrovarsi senza squadra a tre settimane dall’inizio della preparazione è un dolore che potete comprendere solo quando avete investito anche una parte consistente della vostra salute fisica in qualcosa e vi viene portato via.

Quel messaggio è come un pugno in pieno plesso solare, vi sgonfia, vi tira fuori tutta l’aria dai polmoni, vi annebbia la vista e poi alla fine l’ossigeno scarseggia ovunque. Perché le lacrime prima e la rabbia poi si prendono tutto il tempo, tutti i pensieri e una gran parte delle azioni. Scoprire di non essere padrone di qualcosa che si è costruito, di essere l’ingranaggio sacrificabile di un’attività collaterale, fa male, dannatamente male.
Perché in quella attività e a quella attività avete sacrificato tutto e qualcuno in un momento può decidere per voi e di voi.
Vero, questa non è una tragedia.
Eppure… lasciano il segno, distruggono la fiducia. Perché l’illusione della famiglia, dei valori, quando viene rivelata ci danneggia per sempre, dentro. Permette al cinismo di mangiarsi la fiducia. Come mi ha scritto una di voi, una che aspetta ancora di essere pagata per la stagione che ha disputato: “ci fanno passare la voglia”.
Non ho parole di speranza, se le avessi non sono sicuro che ve le donerei e comunque le userei prima per me. Siete meglio di così, dannatamente meglio. Vi siete invece rassegnate, troppo spesso in silenzio. Conosco per molte di voi le donne che siete, quelle che vorreste diventare e non avete idea di quanto vorrei che quelle due donne si incontrassero davvero.
Forse, quel giorno, questo sport, il vostro sport avrebbe una chance. Forse.