Se avete mai seguito la nazionale femminile di futsal, e non ve ne faccio una colpa se non sapete nemmeno che esiste, vi sarà capitato di leggere, soprattutto dopo una partita ufficiale contro Portogallo o Spagna, una frase che torna sempre.
Abbiamo giocato alla pari. Ci hanno punito gli episodi. Abbiamo colmato il gap.
Le parole cambiano un po’, il senso resta quello. Abbiamo giocato bene. Poi, però, hanno vinto loro.
Che giocare bene conti poco ai fini del risultato finale non devo ricordarvelo io. Conta più o meno quanto avere le scarpe più belle nella finale dei cento metri, o la corsa più elegante. Così come non devo ricordarvi che la nazionale italiana sembra avere problemi in fase realizzativa. Lo ha detto il nuovo CT. E lo ha detto anche quando in campo ci sono due delle oriunde più prolifiche viste nel futsal italiano degli ultimi anni.
Allora viene da chiedersi se il gap sia davvero tattico.
Perché in Italia non siamo stati capaci di crescere una Vanessa Sotelo? Vale la pena ricordare che ha 31 anni. E dietro di lei sta già arrivando la nuova generazione, quella di Irene Cordoba, che di anni ne ha 23.
Non vi siete stancati di leggere elogi continui anche quando la nazionale riesce semplicemente a fare quello che dovrebbe?
Se sono tutti così bravi, com’è che non vincono mai?
Non sarà il caso di tornare a un tipo di critica che qualche allenatore ancora pratica con onestà?

Una critica molto semplice.
Il vostro meglio non basta.
L’Italia ha l’obbligo di qualificarsi a una fase finale europea che, finalmente, è stata allargata nel numero delle partecipanti.
Quello è il risultato minimo.
Non un successo.
Il risultato minimo.
Bisognerebbe smettere di festeggiare il semplice fatto di scendere in campo con la maglia della nazionale.
La notte magica è passata da un pezzo.
Da un bel pezzo.

