Ci siamo. Manca poco. L’evento che il movimento femminile ha atteso praticamente da sempre, tanto da inventarsene uno finto, sta per partire. Il Mondiale di Futsal femminile tra un mese assegnerà il primo titolo iridato. Avremo le prime vere campionesse del mondo. Se non sarà il Brasile, saremo tutti molto, ma molto sorpresi.
Le azzurre hanno staccato il biglietto per le Filippine. Le diciotto preconvocate sono le stesse che da almeno un paio d’anni fanno parte stabilmente del gruppo guidato dal commissario tecnico Francesca Salvatore, coadiuvata dall’assistente allenatore Sebastiano Giuffrida.
Onori e oneri cadono sulle spalle di chi è responsabile della nazionale: compito improbo nel calcio a 11 maschile, velenoso in quello del futsal, dove “il paese è piccolo e la gente mormora” reciterebbe un antico adagio. Allenatore e selezionatore: due incarichi nei quali sei bravo se vincono i giocatori in campo e sei scarso se perdono, ma tu in campo non metti mai piede. Però, quello che conta, direbbero quelli che sanno di sport, è anche quello che accade prima.
Diciotto convocate, quattordici nella lista FIFA.
Chi resterà a casa avrà sempre ragione. Lo so, non è una gran consolazione, ma di solito funziona così. In un paese come l’Italia, che ha letteralmente una frase latina “Tu quoque” per definire una certa tattica retorica, ci sarà chi proverà a rivisitare il passato e a scaricarsi le responsabilità. Ad elaborare alternative, ipotizzare scenari.
Questo accade spesso nel calcio. In fondo, questo non è il paese con “X” milioni di commissari tecnici?
Ci sarà anche la ventata patriottica: il “grazie ragazze” per le emozioni, per il viaggio (anche se poi, siamo sicuri che il viaggio sarà piacevole? Sono una vagonata di ore di volo), per i ricordi. Il risultato non conta, tanto vince il Brasile, vero? Essere capitate nello stesso girone certo non aiuta. Sicuri che l’Iran non sarà un problema?

Visto che nessuno della “stampa specializzata” azzarderà una lista delle quattro possibili escluse dalla spedizione nelle Filippine, non sia mai si offenda qualche azionista, lo facciamo da queste righe.
Polloni, Virdis, De Siena, Bovo.
Le prime due facile: un terzo portiere e una giovane appena arrivata in nazionale. Le altre due sono un sacrificio quasi naturale, a meno di non voler accorciare le soluzioni in altre zone del campo. Nessun particolare demerito, semplicemente un livellamento nelle caratteristiche delle giocatrici. Qualcuna deve pur scendere da quell’aereo.
Ma se foste voi il CT, senza averne merito o curriculum ovviamente, oppure le capacità umane e sportive, altrimenti perché sareste seduti a casa invece di indossare la tuta della nazionale? Qui però mi sovvengono alcuni percorsi alternativi per far parte di una delegazione, ma non è questo il momento di percorrerli.
Ha senso davvero vagliare alternative? In un percorso così lungo come quello della nazionale italiana femminile di futsal, sempre sotto la stessa guida tecnica, molti dei profili possibili sono stati valutati e ritenuti non adatti per ragioni tecniche, tattiche ed emotive. Quanto quelle decisioni si siano rivelate corrette, quello è un giudizio che spetta al campo.
Allora e solo allora, quelle che sono rimaste a casa potranno avanzare le loro ragioni oppure ammettere che non erano all’altezza. Di una cosa però possiamo essere certi fin da ora: la nazionale più brasiliana dopo il Brasile non va a questo mondiale per una gita molto fuori porta, ma per competere.
Passare la fase a gironi deve essere l’obiettivo minimo.

