Nazionale femminile di futsal: il raduno post-mondiale tra speranza e illusioni

Sei gol dal Brasile. Sette dal Portogallo. E adesso, con quella levità che contraddistingue chi deve andare avanti comunque, la nazionale femminile di futsal si raduna di nuovo. Nuovo raduno, nuova lista, stessa domanda che rimbalza nella testa come un rimbalzo impossibile su un campo quaranta per venti: ma quanto siamo lontane, davvero?

I Mondiali FIFA che non ti aspetti (o forse sì)

Bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare, o in questo caso alla FIFA quel che è della FIFA: i primi Mondiali femminili di futsal si sono tenuti. Esistono. La federazione più chiacchierata del pianeta — quella delle polemiche perenni, degli scandali che si sovrappongono come strati di cipolla, dei diritti televisivi venduti a chiunque abbia un assegno — ha trovato il tempo e la volontà di organizzarli.

Sarò cinico: chiamatelo sportwashing se volete, ma il torneo c’è stato. E l’Italia c’era. Questo va detto, riconosciuto, sottolineato. La FIFA ha ufficialmente lanciato il Mondiale femminile di futsal, ed è un passo che vale qualcosa, indipendentemente da chi lo ha fatto e perché.

La lista delle convocate

Poi arriva il momento di guardare i nomi. De Siena, Virdis, Cecilia Barca, Silvia Praticò. Ilaria Ceccobelli, Federica Neroni, Greta Maretti. Per alcune è un ritorno. Per altre è la prima convocazione in assoluto. E qui, permettetemi, si apre il primo dei due abissiche ho scrutato leggendo la lista.

Se questa è la migliore nazionale possibile — e presumo lo sia, visto che nessuno convoca intenzionalmente la seconda scelta quando sei appena tornata da un Mondiale — allora dobbiamo fare i conti con una realtà scomoda: il movimento del futsal femminile in Italia è questo. Non di più. Non ancora.

Non lo dico con cattiveria. Lo dico con quella rassegnazione malinconica di chi ha visto abbastanza calcio da capire quando un’allenatore fa miracoli con quello che ha e quando quello che ha, semplicemente, non basta.

Il secondo abisso: convocazione ≠ valore aggiunto

Il secondo abisso è più insidioso del primo. Perché la domanda vera, quella che dovremmo fare ad alta voce invece di nasconderla nei comunicati stampa pieni di entusiasmo di circostanza, è questa: quante di queste giocatrici ci permettono concretamente di reggere il confronto internazionale?

Non parlo di essere la Spagna. Non parlo di battere il Brasile. Parlo di non subire sette gol dal Portogallo. Parlo di non soffrire oltre il lecito contro l’Iran. Parlo, per dirla in modo brutale ma affettuoso, di trovare le nostre Irene e Laura Córdoba — quei profili tecnici che in una partita che conta fanno la differenza tra il 3-1 accettabile e il 7-1 che dovrebbe toglierti il sonno.

Ho l’impressione — e mi piacerebbe essere smentito — che la convocazione al raduno della nazionale sia diventata una sorta di premio fedeltà stagionale. Hai giocato bene nel campionato? Bravo, vieni al raduno. Ma venire al raduno non significa essere pronta per il palcoscenico mondiale. Significa, nel migliore dei casi, fare un po’ di movimento con le stesse compagne che incontri già ogni settimana in Serie A di futsal femminile.

Le amichevoli mentono. Il Mondiale no.

Eccoci al nodo centrale, quello che nessuno vuole toccare perché fa male. Prima del Mondiale ci era stato raccontato — e in parte ci eravamo raccontati da soli, ché siamo tutti un po’ complici in questa storia — che avevamo “ridotto il gap” con Spagna e Portogallo. Qualche pareggio, qualche prestazione incoraggiante, qualche primo tempo giocato alla pari.

Rullo di tamburi.

Il Mondiale ha scavato un solco. Profondo. Tra la realtà delle amichevoli e la realtà delle partite che contano c’è esattamente la differenza che c’è tra allenarsi e gareggiare, tra fare jogging nel parco e correre i cento metri alle Olimpiadi. Le amichevoli raccontano quello che vuoi sentire. I Mondiali raccontano quello che sei.

E quello che siamo, in questo momento, è una nazionale che prende sei gol dal Brasile e sette dal Portogallo. Dati. Non interpretazioni.

“Grazie lo stesso” — la frase che non riesco a dire

Ora, capisco che ci sia una narrativa del “grazie lo stesso, ci avete provato, siete state brave comunque.” La conosco. L’ho letta. L’ho anche scritta, in altri contesti, quando non sapevo cosa altro scrivere.

Ma no. Non riesco.

Mi incazzo ancora — ancora, vent’anni dopo — per quel 3-1 della Juventus contro il Borussia Dortmund nella finale di Champions League del ’97. Quel Borussia Dortmund lì, il più scarso di sempre in una finale, con Lars Ricken — Lars Ricken, chi cazzo è Lars Ricken, sedici secondi dall’ingresso in campo e palla in rete — che ci ha fatto fuori con la stessa facilità con cui si sfoglia un croissant di prima mattina. Più di Atene. Più di Amburgo con quei piedi di ghisa che ancora mi perseguitano.

Non ho pensato per un solo secondo “grazie lo stesso.” Li ho maledetti. Tutti. Compresa la loro genia fino alla quindicesima generazione, i bianconeri, con quella precisione chirurgica che solo il tifo sa darti.

Perché è così che funziona l’agonismo vero. Nessuno ti dice grazie se perdi. Lo scopo del gioco è vincere, non raccogliere complimenti. E questa verità vale per la Juventus in Champions, vale per me che la guardo dal divano, e vale — soprattutto — per una nazionale femminile di futsal che si raduna con l’obiettivo dichiarato di “crescere.

Crescere va bene. Ma crescere ha bisogno di onestà. E l’onestà, in questo momento, è che sette gol dal Portogallo non si sistemano con un raduno tra le stesse compagne di campionato.

Cosa servirebbe davvero

Non ho soluzioni pronte in tasca, sarei inutile quanto un trequartista senza visione se le avessi tutte. Ma alcune domande si possono fare.

Si può investire per capire cosa fanno Portogallo, Spagna e Brasile per sfornare giocatrici tecnicamente superiori? Si può lavorare sulla mentalità competitiva, quella cosa sottile e fondamentale che fa sì che una giocatrice non si accontenti del raduno come traguardo, ma lo usi come trampolino? Si può, semplicemente, essere più esigenti?

La FIGC ha un piano di sviluppo per il calcio a 5 femminile. Bene. Adesso sarebbe utile che quel piano producesse qualcosa di visibile sul campo internazionale, oltre che nei comunicati istituzionali.

Il raduno come inizio, non come fine

Finisco qui, perché altrimenti rischio di diventare il tipo cupo che al bar parla solo di quello che non funziona e poi nessuno lo vuole vicino. La nazionale femminile di futsal esiste. Partecipa ai Mondiali. Alcune giocatrici tornano, altre arrivano per la prima volta. Tutto questo è reale e vale qualcosa.

Ma il raduno dovrebbe essere l’inizio di un processo serio, non il premio consolatorio dopo un Mondiale che ha detto cose molto chiare. Le domande scomode — chi ci fa fare il salto di qualità? chi sono le nostre Córdoba? siamo davvero cresciute o lo stavamo solo raccontando? — meritano risposte altrettanto scomode.

Perché se c’è una cosa che lo sport mi ha insegnato, è che in campo non puoi nasconderti. Nemmeno fuori.


Fonti: