Scelta la lista delle quattordici giocatrici per la lista FIFA più una quindicesima di riserva, la nazionale femminile di calcio a 5 si prepara a volare nel sud-est asiatico per partecipare al primo mondiale della categoria. Per non correre rischi narrativi, la stampa italiana di settore ha definito il girone dell’Italia, con Iran e Panama, perché sì, il Brasile gioca un altro sport, come il “girone della morte”.
L’Iran non la pensa così. E a meno che anche voi non abbiate una sorella che per lavoro conosce il farsi, probabilmente non ne avete idea neanche voi. All’Italia di futsal femminile, per passare il girone, serve vincere contro l’Iran. A meno che qualcuno non pensi davvero che Panama sia un avversario degno di una squadra con sette brasiliane in rosa. Con il Brasile fuori portata, l’unico avversario da battere assolutamente per assicurarsi il secondo posto è quello che rappresenta la Repubblica Islamica dell’Iran.
Scommetto che leggeremo comunque “Panama, avversario da non sottovalutare”, “partita insidiosa” e “non abbassare la guardia” con possibili variazioni sul tema, prima dell’immancabile “emozionante esordio”. In questo, la narrativa del futsal fallisce miseramente. Non si parlerà mai di modulo, di giocatori, di tutti quegli argomenti che mettono il calcio al centro di tante conversazioni lungo lo stivale tricolore.

Ci verrà propinata un’infinita lista di indicazioni emozionali che, invece di essere complementari al risultato sportivo, ne diventano lo scopo: non il gol e la vittoria, ma l’emozione di esserci. Il metterci il cuore, il gruppo. Insomma, la retorica la conoscete. L’avete letta e ascoltata per anni.
Potete investire tutta la passione, il cuore, forse anche il fegato, ma non sarete mai Ronaldo “il fenomeno”. Non conta quante ore passate in palestra, quanti sacrifici, quanta voglia e quanta emozione. In questo c’è tutta la crudeltà dello sport agonistico. Potete anche credere che “non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta”, ma vi assicuro che c’è sul tabellone che segna il punteggio.
Nella competizione agonistica, la vera differenza non è nel “cuore”, quello ce lo raccontiamo per sembrare più belli e buoni. È in quella consapevolezza che non è mai abbastanza, quel costante senso di inadeguatezza anche quando sei il migliore al mondo. Il pensiero ricorrente, assillante, che ti ricorda che c’è ancora margine per migliorare. È nell’idea che essere bravi deve essere la normalità, che riflettere la propria capacità non può essere considerata un’eccezione ma la base minima. Nel disagio fisico della sconfitta, in quella sensazione che non vuoi provare mai più ed è per questo che vuoi uscire dal campo sicuro di aver fatto di tutto per evitarla, anche se alla fine è arrivata comunque.

La nazionale italiana ha l’obbligo agonistico di travolgere Panama e battere l’Iran. Solo così avrà portato a termine il suo compito base. Se riesce anche a tirare due calci al Brasile, potrebbe aiutare il morale. Una volta passata la fase a gironi, allora forse c’è spazio per un sogno: arrivare a giocarsi un terzo posto, che sarebbe un grandissimo successo sportivo. E se volete anche sognare in grande, c’è un posto in finale per queste azzurre. Perché non saresti dovuta essere lì, ma una volta in campo…
Uscite dal campo… ecco, vi regalo una citazione. Una parte che mi sembra adattissima a raccontare qualcosa di questo primo mondiale femminile di futsal:
“When the players left the stadium that day, there was no ticker tape parade, no endorsement deals for sneakers or soda pop, or breakfast cereal. Just a locker to be cleaned out and a ride home to catch. But what they didn’t know was that their lives had been changed forever because they had been part of something great. And greatness, no matter how brief, stays with a man.”