C’è una cosa che non si dice abbastanza delle battaglie.
Non finiscono quando vinci.
Finiscono quando smetti di voler vincere, ancora.
Qualche giorno fa mi sono ritrovato davanti all’ennesimo comunicato che avrei potuto smontare in dieci minuti.
Forse meno.
Conoscevo già la struttura.
Conoscevo già la retorica.
Conoscevo già il punto debole.
Era come rientrare in una casa dove avevo abitato troppo a lungo. Non avrei nemmeno dovuto fare ricerca. Sapevo già dove guardare. E forse è stato quello il momento in cui ho capito che c’era un problema.
Perché una parte di me voleva scrivere quel pezzo.
Non perché fosse importante.
Non perché avrebbe cambiato qualcosa.
Non perché avrebbe aiutato Linea Laterale a diventare migliore.
Volevo scriverlo perché sarebbe stato tremendamente soddisfacente. Avrei potuto dimostrare ancora una volta di avere ragione.

Ancora una volta mostrare la differenza tra una narrazione e la realtà.
Ancora una volta osservare le reazioni.
Ancora una volta.
E lì mi sono fermato. Perché ho iniziato a chiedermi se stessi scrivendo per il lettore o per il mio ego.
Non è una domanda comoda.
Gli agonisti non amano farsela.
Io sono competitivo. Lo sono sempre stato.
Con i videogiochi, con le idee, con la scrittura.
Mi piace vincere.
Ma c’è una differenza tra voler vincere e continuare a giocare una partita che è già finita.
A un certo punto mi sono reso conto che non stavo più cercando una vittoria.
La vittoria era già arrivata.
Avevo scritto quello che volevo scrivere.
Avevo ottenuto risposte che nessuno avrebbe immaginato.
Avevo dimostrato che una voce poteva incidere più di quanto la sua dimensione lasciasse intuire.
Fine.
Quello che mi trovavo davanti non era una nuova sfida.
Era una replica.
Una replica che conoscevo troppo bene.
E forse crescere significa anche questo.
Capire che non tutte le battaglie che puoi vincere meritano di essere combattute.
Non perché siano diventate meno facili.
Ma perché sono diventate troppo facili.

Qualche sera fa pensavo a questa cosa guardando il mare. Mi è venuta in mente un’immagine strana.
Un giocatore che rimane sul campo dopo il fischio finale.
La partita è finita.
Gli spalti si stanno svuotando.
Le luci sono ancora accese.
Eppure lui continua a restare lì.
Non per segnare.
Non per vincere.
Solo perché non ha ancora accettato che tutto sia finito.
Forse la parte difficile non è lasciare il campo.
Forse la parte difficile è capire quando è arrivato il momento di cercarne uno nuovo.

