L’Italia di futsal femminile termina la sua avventura al primo mondiale FIFA tra le prime otto squadre al mondo. A farle compagnia il Giappone, il Marocco e la Colombia. Tutte sull’aereo di ritorno a casa. Italia, Marocco e Giappone dopo pesanti sconfitte dal punteggio largo. Non è che prenderne quattro dall’Argentina sia un risultato sportivamente onorevole per le colombiane.

Il Giappone aveva finalmente spezzato il dominio dell’Iran femminile sulla Coppa d’Asia nella scorsa stagione. Sapeva certamente d’essere lontano tecnicamente e tatticamente dal Brasile, ma probabilmente non s’aspettava un distacco di cinque reti. Così come l’Italia, che nell’anno d’avvicinamento al mondiale raccontava d’aver “ridotto il gap” con le due grandi power house continentali, non s’aspettava d’essere travolta da sette reti portoghesi.

Eppure le azzurre, sempre in formazione tipo, avevano affrontato Spagna e Portogallo. Proprio quelle che, approfittando delle amichevoli, ruotavano le giocatrici per testarne le capacità al di fuori del mero territorio nazionale. Risultati che avrebbero dovuto indurre alla cautela, almeno nella narrazione sportiva.

Invece s’è trattato d’un crescendo narrativo che inevitabilmente e tristemente prende sempre il via dalla “notte magica”. Un po’ come se ancora oggi l’Italia di calcio per raccontarsi partisse dalla partita con la Francia all’Arena Civica di Milano del 1910.

La narrativa s’è spinta fino al punto di pensare e dichiarare che potessimo affrontare a viso aperto il Brasile. Giocarsela è una strategia che deve però mettere in conto una cosa: quando metti prima la faccia, probabilmente arriveranno le sberle. Quelle stesse sberle che dovrebbero servire a svegliarti, imparare e crescere. La prima volta ne prendi sette, la seconda solo cinque, poi tre e forse prima o poi la pareggi anche. Questa è la strada che ha perseguito l’Argentina di Giustozzi quando affrontava proprio i verdeoro al maschile. Alla fine ha pagato.

Nessuno in quell’Argentina s’è sognato di pensare “grazie lo stesso” ad ogni batosta sportiva. Testa bassa a correggere gli errori con l’umiltà necessaria ad alimentare l’agonismo, con quella sensazione addosso di dover fare di più. Perché non basta. Perché non ti ringrazia nessuno.

La questione non è solo tecnica

Non è solo una questione di tecnica e tattica, della quale potremmo anche dibattere. Limitiamoci però alla considerazione che questo è il materiale tecnico a disposizione della nazionale femminile di futsal. Non c’è nessuna ricetta miracolosa che possa mutare l’esiguo numero di giocatrici reclutabili per la maglia azzurra e la loro qualità.

Ad osservare da vicino il movimento femminile nella sua visione generale, si nota come sia permeato dall’idea che debbano essere grate di qualsiasi cosa sia loro concesso. Badate bene: non ottenuto, ma concesso. Dagli emolumenti alla Coppa del Mondo, tutto è percepito come un dono e non un diritto.

Così si crea quell’idea che uscire dal mondiale travolte dal Portogallo, sul quale c’era stato raccontato “avevamo ridotto il gap”, subendo sette reti (tre in meno di quelle rifilate dalla stessa alla Nuova Zelanda) sia meritevole d’un grazie. Ringraziarle di cosa esattamente? D’aver fatto il loro dovere? Quello d’impegnarsi in una pratica sportiva che vorrebbero fosse una professione e non dilettantistica? D’aver indossato una maglia d’una nazione che le ha sportivamente adottate?

Così chiosa il presidente della Divisione Calcio a 5: “…sono l’immagine della nostra eccellenza sportiva…

No shit.

surreale

Voglio pensare che l’intero pezzo pubblicato sul sito della Divisione Calcio a 5 e poi copia-incollato ovunque sui siti specializzati, fosse già pronto a prescindere dal risultato del quarto di finale. Altrimenti certe affermazioni contenute in quel pezzo sono incomprensibili.

“…hanno fatto breccia nel cuore degli italiani…”
Forse si confonde con la pallavolo.

“…ci ha portati pronti e competitivi…”
Sicuramente contro Panama.

“…fanno emozionare le bambine che saranno le giocatrici del futuro…”
Quali, quelle nate nello stato del Rio Grande do Sul?

L’Italia era al primo mondiale. È uscita malamente contro un Portogallo che ha ribadito la distanza tra il futsal competitivo italiano e quello giocato dalle lusitane. Una distanza che non è solo tattica ma soprattutto tecnica, e non è bastato a ridurla nemmeno la considerevole iniezione di talento sportivamente cresciuto al di fuori della patria penisola.

Tutto il resto è noia, come cantava Franco Califano.

Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.