Ricardinho e il futsal che non riconosce più: “Lo odio” — quando il genio guarda e non si ritrova

Lo odia. E anche io non so più come si chiama quello che vedo.

Ricardinho ha quarant’anni e sta seduto in tribuna.

Non gioca più, o quasi. Guarda. E guardare, per uno che ha fatto del futsal la propria lingua madre, dev’essere una cosa strana — come ascoltare qualcuno che parla la tua lingua con un accento che non riconosci.

Tre minuti di partita, Copa del Rey, Galizia. E già tutti e quattro i portieri hanno toccato palla. Non come eccezione. Come norma,come sistema. Come strategia codificata che non ha più bisogno di giustificarsi.

Ricardinho lo scrive su X, e la parola che usa è piccola, secca, definitiva: lo odio.

Penso a quando ho imparato a guardare il futsal. La prima cosa che capisci è che lo spazio non è vuoto — è abitato. . Il portiere stava lì: era il confine, il limite del possibile, il punto dove la fantasia si fermava e doveva ricominciare da capo.

Il portieredi movimento esisteva, certo. Era l’ultima carta. La mossa disperata che trasformava la partita in qualcosa di anarchico, di pericoloso, di bellissimo. Era eccezione, e come tale aveva peso specifico. Significava qualcosa.

Adesso non significa più niente, dice Ricardinho. Adesso è normale. Ed è questo che lo spaventa — non la tattica in sé, ma la normalizzazione di qualcosa che cancella il problema invece di risolverlo.

Il punto non è il portiere in campo. Il punto è quello che sparisce quando metti il portiere in campo troppo presto, troppo spesso, troppo facilmente.

Sparisce la necessità di inventare.

Il ragazzo che cresceva dovendo superare un avversario nello spazio di un corridoio, con la palla stretta tra i piedi e nessuna alternativa — quel ragazzo adesso ha un’alternativa. Ha il portiere che avanza, che crea superiorità numerica, che risolve il problema prima che il problema diventi arte.

Ricardinho lo dice con una lucidità che fa quasi male: perché i giovani hanno meno tecnica individuale? Perché non ne hanno bisogno. Il sistema li ha liberati dall’obbligo di essere bravi in quel modo lì.

C’è qualcosa di malinconico in un campione che guarda il suo sport e non lo riconosce più. Non è nostalgia da vecchio. È la sensazione precisa di chi sa esattamente cosa si sta perdendo perché lo ha avuto tra le mani, ci ha vissuto, ci ha respirato dentro.

Il futsal sta perdendo giocatori. Vanno alla Kings League, dice. E nessuno cerca una soluzione vera.

Lui sa di chi è la colpa. Ma non lo dice.

Rimango con quella frase in testa — lo odio — e penso a tutti i campioni che a un certo punto smettono di amare qualcosa che hanno amato tutta la vita. Non per stanchezza. Ma perché quella cosa ha smesso di essere quella cosa.

Ricardinho è seduto in tribuna, con le scarpe che non servono più.

Fuori, sul parquet, qualcuno avanza col portiere in campo, e risolve tutto senza doversi inventare niente.


Marco Falcone — Linea Laterale Da bordo campo, il futsal diventa letteratura.

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