La frase che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia:

“Ci serve più esperienza in quei momenti.”

L’ho letta, subito dopo il sei a due. Il CT della Nazionale di futsal, con ancora con gli occhi addosso a quella partita che si era sgretolata nel secondo tempo, l’ha detta così, come si dice “domani piove” o “il caffè è finito. Io ero nel mio bar preferito con una birra tiepida in mano e ho avuto un piccolo cortocircuito mentale. Del tipo: aspetta, ma quanti anni hanno questi ragazzi?

Ho fatto una cosa che faccio sempre quando voglio evitare di pensare ai problemi veri della mia vita: mi sono messo a contare. Nove giocatori oltre i 30 anni. Nove su quattordici. Calderolli ne ha quaranta. Merlim trentanove. Quindi mi sono chiesto: esattamente di quanta altra esperienza stiamo parlando? Cosa dovrebbero fare, iscriversi a un master?

I numeri che non tornano o forse sì, ma peggio

Il Portogallo, quello che ci ha fatto sei gol e ci ha rimandato in albergo con la coda tra le gambe e due cartellini rossi in tasca, schierava sei giocatori oltre i 30. Sei. E in quei sei c’è Erik che di anni ne ha giusti trenta, quindi tecnicamente è un millennial che ce l’ha fatta. Di quei sei, solo tre superano i 34.

Noi? Dei nostri nove veterani, cinque vanno oltre i 34. Cinque. È matematica spietata: loro più giovani, noi più “vissuti”. Ma il CT dice che ci serve più esperienza.

È come se io, che ho passato gli ultimi dieci anni a guardare Serie A dal divano accumulando esperienza televisiva, pretendessi di giocare al posto di Locatelli perché “ho visto più partite di lui. Non funziona così. L’esperienza conta, certo, ma conta quando hai ancora le gambe per metterla in pratica.

L’illusione ottica del primo tempo

C’è un’altra frase che ricorre spesso, tanto nel futsal quanto nel calcio. La posso tradurre così: “Abbiamo giocato alla pari per un tempo.”

Peccato che le partite, in genere, di tempi ne abbiano due. Durino quaranta minuti effettivi, non venti. È come dire “ho corso bene i primi cinquanta metri” dopo aver perso contro Usain Bolt. Ok, bravo, ma lui intanto ti ha staccato di tre metri e mezzo e tu sei arrivato ultimo con il fiatone.

Non è che se resisti venti minuti poi ti danno un premio di consolazione. Le partite si vincono o si perdono in quaranta minuti, per giunta effettivi, e nel secondo tempo noi ci siamo letteralmente sciolti come gelato al sole di agosto.

La qualificazione “straordinaria” , secondo alcuni

Il presidente Castiglia l’ha chiamata “una qualificazione straordinaria”, una cosa “che resterà nella storia del futsal italiano per come è arrivata. Davvero? Una qualificazione ai rigori nel playoff tra le migliori seconde, per il rotto della cuffia, come hanno fatto Georgia, Ungheria e Belgio?

Non fraintendetemi: qualificarsi è sempre meglio che stare a casa. Ma chiamarla “straordinaria” mi sembra quella cosa che faceva mia nonna quando mi diceva “bravo!” dopo che avevo preso sei meno meno in matematica. Un affetto genuino, ma un po’ fuori scala.

L’epica suggerita si scontra poi con la realtà: sei gol dal Portogallo, l’unico vero avversario del girone. Se ne qualificano due in un gruppo con Polonia e Ungheria, passare il turno non dovrebbe essere questo dramma shakespeariano. Eppure qui si parla come se avessimo appena scalato l’Everest in ciabatte.

La domanda

Perché è così difficile raccontare che stavamo affrontando la nazionale che ha vinto le ultime due edizioni, mentre noi ancora parliamo di Anversa 2014 come se fosse ieri? Perché non si può semplicemente scrivere che, nonostante la copiosa trasfusione di oriundi (che poi, è un’altra storia che merita un articolo a parte), non siamo competitivi per giocarcela a viso aperto contro una squadra fatta solo di portoghesi veri?

Non è difficile come sembra. Ma si preferisce scrivere al servizio del Renmin Ribao. La verità è semplice: non c’è abbastanza talento per qualificarsi direttamente, figuriamoci per stare lì a dire “abbiamo giocato alla pari per un tempo” come se contasse davvero qualcosa.

La retorica più onesta, in questo caso, sarebbe quella della Cenerentola. Del buttare il cuore oltre l’ostacolo. Della squadra che ce la mette tutta contro avversari più forti. Invece si è puntato tutto sulla Last Dance di Merlim, su quest’idea romantica del veterano che chiude la carriera in bellezza.

Ma se la Last Dance finisce al primo turno e ti esplode in faccia? Cosa fai?

La risposta che conosco già

Qui la risposta la conosco. E se avete prestato un minimo di attenzione a come funziona il futsal italiano, la conoscete anche voi.

GRAZIE LO STESSO.

Tre parole che cancellano tutto. Le domande, i dubbi, i sei gol presi, i cartellini rossi che ci lasceranno scoperti contro la Polonia. Tre parole che trasformano una sconfitta netta in una sorta di premio alla carriera postumo.

Non fraintendetemi: Merlim e gli altri si meritano rispetto. Hanno dato tutto per questa maglia, hanno sacrificato tempo, corpo, famiglia. Ma il rispetto non dovrebbe tradursi in una narrazione forzata che nega l’evidenza.

Quello che resta quando la retorica se ne va

Io continuerò a guardare le partite. Probabilmente nel solito posto, con la solita birra che diventa tiepida perché mi dimentico di berla quando sono concentrato. Continuerò a contare i giocatori, a fare calcoli mentali sull’età media, a chiedermi se davvero serve più esperienza o se invece servirebbe qualcosa di diverso.

E quando diremo “grazie lo stesso”, lo diremo sul serio. Perché alla fine, da tifosi, è quello che facciamo sempre: ringraziamo, speriamo, e ci prepariamo alla prossima delusione con lo stesso identico entusiasmo masochista di sempre.

È il nostro modo di amare lo sport: con tutti i suoi difetti, le sue contraddizioni, e quella fastidiosa abitudine di chiamare straordinario ciò che è semplicemente ordinario.

Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.