Avrei giocato per te, probabilmente anche rotta, senza dirtelo perché so che mi avresti impedito di farlo. Mi avresti ripetuto: «Il giocatore prima del risultato». Avrei fatto di tutto pur di aiutarti a vincere, sentendomi una merda ad ogni sconfitta. Mi sarei spinta oltre per riempire di talento e forza fisica quel tratto che manca fino alla vittoria.

Ti avrei creduto ad ogni discorso pre partita, ad ogni incoraggiamento a metà tempo anche se fossi stata perfettamente in grado di riconoscere tutte le citazioni, perché è raro trovare un allenatore che legge e che comprende quello che ha letto. Avrei speso più tempo con te a parlare di vita, di libri e di altre cose che di calcio o calcetto. Ti avrei battuto sistematicamente a FIFA e poi anche allo stesso gioco ma con un altro nome.

Avrei visto altre andare via e avrei pensato: «io non lo farò, sarò quella che vincerà qui».

Un giorno invece ti avrei detto che volevo vincere, che sapevo di poterlo fare ma non con la tua maglia. Avrei letto sul tuo viso la delusione malcelata, avrei letteralmente visto formarsi la ferita che poi sarà cicatrice sul tuo cuore, avresti trattenuto quel pensiero: «ecco un’altra che va via» senza dargli la forma della tua voce. Ma l’avrei udito ugualmente.
Eppure quell’idea che potevo essere la migliore me l’avevi inculcata a forza nel cuore proprio tu, il cervello ha solo seguito quell’impulso del cuore.

Ti avrei riconsegnato il borsone pieno di cose ma senza i ricordi, quelli li avrei portati via con me.

Li avrei portati in uno spogliatoio diverso dal tuo, dal nostro. Avrei raccontato alle compagne di squadra che vincere è importante, che ero lì solo per quello e per i soldi. Perché i soldi raccontano a un giocatore che per qualcuno la sua abilità vale una cifra ben precisa. Poi forse non me li daranno anche se ho un contratto regolare, vero? Avrei alzato le coppe, perso e perso ancora, sentendomi malissimo dentro ogni volta. Non ci sarebbe stata la tua voce a ricordarmi che non è nulla… che passerà, e invece non passa mai.

Voglio raccontarti quello che non vedi, che forse non ti hanno mai detto.

In tutte le squadre, su tutti i campi e in tutte le vittorie non sono mai stata felice come allora. Che mi sono portata dentro quei campi in discesa, quelle recinzioni troppo vicine alla linea laterale, quelle trasferte assurde in posti dal nome ancora più assurdo, tutte quelle lunghe chiacchierate in interminabili trasferte. Tutte le sconfitte. L’amicizia non si forgia nelle vittorie, ma nelle sconfitte. Le compagne che lavoravano e arrivavano distrutte agli allenamenti mi hanno insegnato l’etica del lavoro, tu quella dei sogni.

La vita agonistica è troppo breve perché possa lasciare che a guidarmi sia solo il cuore. Non volevo finire come il tuo amato Capitano, io sarei andata a giocare per il Real Madrid e avrei indossato la maglia numero 5, quella dei giocatori blancos che vivono per sempre.

Tu ci hai visto un tradimento in quel «voglio andare a vincere». Invece noi, tutte noi che siamo passate da quello spogliatoio e poi siamo andate altrove abbiamo fatto fiorire quelle idee che hai disseminato tutto intorno a noi. Hanami, la fioritura dei ciliegi. Lo sapevi che i ciliegi iniziano a preparare la successiva fioritura nel momento in cui smettono di fiorire? Quei ciliegi sono io, siamo noi.

Sei ancora sveglio vero? Solo le tre della mattina, non della notte, della mattina. Quella che hai di fronte è una nuova giornata, tra poco in quella città che ha preso più di quello che le hai permesso di prendersi, arriverà un caldo infernale d’estate e un freddo indecente d’inverno. Una città senza mezze misure, la tua città. L’ho scritto per darti fastidio, come fanno tutti quei pensieri che si fermano nel cuore di notte e lo fanno battere troppo forte.

Le coppe e le medaglie, quelle che volevo vincere sono state un istante. Sono durate lo spazio di una notte. Non sarebbero arrivate mai però senza quel primo passo e quel primo passo ha la tua voce di sottofondo e in una città che non ti perdona nulla. Quelle coppe, quei trofei sono partiti dai miei piedi ma li ha animati quel cuore al quale tu hai insegnato a battere a ritmo del rimbalzo del pallone.

Sono tuoi, esattamente quanto sono miei.

Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.