24 ore prima della partita
Ieri sera sono tornata a Pescara. Oggi, venerdì, dopo il lavoro prenderò la macchina per Macerata: ultimo allenamento prima dell’inizio del campionato. È un rito, una lista silenziosa che ripeti senza pensarci troppo.
Il borsone è sempre nello stesso angolo della cameretta: chiuso, ordinato, lì da tutto l’inverno come se fosse rimasto in stand-by. Lo tiro fuori. È quasi alto come me, nero, pesante. Lo apro e sembra aprirsi un piccolo mondo. Mi vengono i brividi, quelli buoni, più intensi di ieri sera. Immagino già i rumori della partita, gli odori di campo bagnato, il legno della mazza, lo sfregare dei guantoni. Ci siamo.
Prima cosa: la divisa. Pantaloni — presi; “speriamo mi entrino ancora”, penso, e poi avanti. Calzettoni — presi; “meno male che ne ho comprati di nuovi, dove ho messo i vecchi?” Sotto maglia nera — presa; “fa freddo, odio giocare col freddo, e poi… si giocherà? Piove da due giorni.” No, Chiara non pensarci. Non decidi tu se si rimanda. Mentalità partita: si gioca, si deve giocare, si va lì per provare a vincere. Questo è il diktat che ti imponi da sola.

Maglie rosse e nere — prese. “Che figata giocare con il numero 2.” Per me il 2 è il 10 del calcio, lo voglio da quando ero bambina. Sognavo di essere interbase; tutti i forti portavano il 2. Derek Jeter era il riferimento: elegante, professionale, l’uomo dei momenti decisivi. Vorrei avere anche solo quella qualità, quel sangue freddo. Prendo la sudorina, la felpa, l’intimo: reggiseno sportivo e slip. Sempre gli stessi, sempre. Cascasse il mondo, si gioca con gli stessi mutandoni. È superstizione, è sicurezza. E se le cose vanno male, almeno hai qualcuno — o qualcosa — da incolpare oltre a te stessa. (E parlo al plurale perché non sono l’unica.)
Poi gli accessori per i capelli. Quest’anno provo qualcosa di nuovo. Sicuro: il mio fiocco bianco non manca mai. A Macerata lo porto anche di altri colori, a seconda delle squadre nei tornei. Una volta, a un torneo, qualcuno che non mi conosceva mi chiamò “Fiocco”. Sorrido ancora quando lo ricordo.
Ultimi dettagli: roba per la doccia, accessori. Pronta. Si parte.

19 ore prima della partita
Arrivo a Macerata con il diluvio. Piove senza tregua. Fa freddo, quel freddo che ti entra nelle ossa e resta. La prima cosa che faccio è affacciarmi al campo. Sei in ansia, lo senti tuo. Se ha piovuto sarà messo male, servirà sistemarlo e asciugarlo. Enrico Obletter — uno dei più grandi allenatori d’Italia, il più vincente che conosca — è il mio mentore. Mi ha preso che ero una ragazzina pescarese che a malapena giocava a softball tra Pescara e Chieti. Mi ha dato un progetto: anni di gavetta a Caserta, allora campione d’Italia e d’Europa, con l’obiettivo di diventare titolare in A1. Diceva: “Il campo è il tuo tempio.” Ora lo capisco.
È buio. Mi affaccio alla rete sottile, vedo pozzanghere sulla terra rossa. I fari non sono accesi; la visione è sfuocata. Eppure basta. “Non è messo così male,” penso. Forse è quello che voglio credere.
Stasera non si gioca lì. Ci alleniamo nel tunnel di battuta: uno spazio stretto per quindici ragazze, ma ci sta. Si chiacchiera, si fa squadra, si conoscono le nuove straniere arrivate dagli USA. Aspetto il mio turno e mi guardo intorno. Siamo insieme, le mie amiche. Fa freddo ma non ci interessa. Ridiamo, scherziamo. Questo è il mio posto.

15 ore prima della partita
È mezzanotte. Siamo in sei in casa — così il giorno prima della partita — mangiamo, saccheggiamo la cucina, occupiamo spazi che non esistono e facciamo la fila per la doccia: sei donne, un bagno. Ci piace così. Aspettiamo questi momenti per tutto l’inverno e quando arrivano capiamo quanto ci mancavano.
Ci diamo la buonanotte. Pubblico un reel su Instagram: girato con l’aiuto di un’altra Chiara, tra risate e tentativi andati male. Prima di addormentarci organizziamo la giornata di domani. “Giochiamo alle 15. A che ora mangiamo?” “Dobbiamo essere al campo all’1:30.” “Io alle 12:30 ho il fisioterapista.” “Mangiamo alle 12? E se poi mangiamo di fretta e facciamo tardi?” “Allora alle 11, ma alle 11 è colazione o pranzo?” “Se mi sveglio alle 8:30 non arrivo fino alle 11 senza mangiare.” “Facciamo colazione alle 9 e brunch alle 11:30, però se mangiamo due volte siamo appesantite.” “Allora solo colazione presto, alle 9, ma se giochiamo due partite con poco cibo come facciamo?”

La conversazione si dissolve in un coro di piccoli panici logici. La conclusione unanime, se così si può dire: “Che orario di merda per giocare.” È la frase che chiude tutto.
Prima di dormire mando un messaggio a mio papà. Vorrebbe venire domani. L’anno scorso non sono riusciti a vedere nemmeno una partita — per la malattia di mia madre — ma quest’anno vuole esserci: per me, per loro. Gli dico che fa freddo; si preoccupa. Gli dico che domani dovrebbe uscire il sole, che ci aggiorniamo. Buonanotte.

