Ne uccide di più solo la peste… o forse la febbre emorragica

Manfredonia. Ventisette anni dopo, la società abbandona l’attività agonistica nel calcio a 5. Undici stagioni in Serie B, tre in A2, una in A2 Élite e due in Serie A. Una storia che accomuna tante, forse troppe società di sport minori. Non è una storia particolarmente diversa da quelle che ogni estate minano gli spazi tranquilli sotto l’ombrellone dei dirigenti nazionali delle discipline minori.

Pochi i soldi, ancor meno l’interesse. Possono morire le squadre di ciclismo, figurarsi se non possono morire quelle del calcio a 5 italiano. Che il calcio a 5 sia uno sport in movimento e di movimento è indubbio; in quale direzione si stia spostando, quello è – diciamo – almeno argomento di discussione.

C’è un continuo riferirsi all’abbandono da parte delle istituzioni, di territori che non rispondono. Ho l’impressione che si viva nell’utopia di una società ideale. Eppure Hobbes vi aveva avvertiti sulla natura dell’umanità basata sull’egoismo e sulla lotta per la sopravvivenza. Anche senza ricorrere a divagazioni filosofiche, davvero qualcuno si aspetta che amministrazioni comunali che altrove non sono di supporto a club professionistici che muovono centinaia di milioni di euro, all’improvviso si rivelino munifiche verso società dilettantistiche che praticano una disciplina minore?

Esattamente per quale ragione? Il lustro? Davvero?

Quando una società sportiva scompare è sempre una perdita per un territorio, per un gruppo sociale. C’è una tristezza di fondo che ammanta e spesso travolge quelli che quella passione l’avevano messa al centro della loro vita. Tutto questo però non cambia una realtà che spesso proprio quell’intensa passione distorce.

Arrivare nella massima divisione di uno sport minore non è un traguardo che garantisce successo economico. Anzi, spesso è l’orlo di un precipizio. Quello nel quale si cade quando ci si convince che “la Serie A” garantisca introiti, sponsor, attenzione, insomma denaro.

Non li garantisce nel calcio professionistico… ma nel calcio a 5 sì?

Lo sport è business, sì, anche quello dilettantistico. Tutte le strade che conducono alla massima divisione, che sia di pallavolo, basket o calcio a 5, sono lastricate di denaro e buone intenzioni; quando però restano solo le buone intenzioni, ecco che si è costretti a chiudere, oppure a svoltare sulla strada più ampia e trafficata che conduce all’inferno.

Il mio pensiero va a tutti quegli atleti che avevano trovato casa – anche scritto tutto maiuscolo – in un territorio che li aveva adottati, ora costretti a migrare altrove. Agli appassionati, tutti, che per quel sogno, per quello spiraglio di sole sportivo hanno sacrificato tempo e sentimenti. Se c’è una parola davvero difficile non solo da scrivere ma da accettare, è la parola fine. Quando chiude una società sportiva in una piccola realtà locale, è una sconfitta per tutti.

Buona fortuna, Futsal.


Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.