Fa parte della serie epistolare “Perché lo fai”, uno scambio pubblico con Nicola Ugolini, allenatore del Circolo Lavori Terni. Lui scrive quando vuole. Io rispondo quando sento. A volte passa poco. A volte passa tanto. Questa volta è passata Chiara.

La prima cosa che ho fatto è stata cercarla su Instagram

Devo essere onesto, perché se non lo sono adesso non lo sarò mai più nel corso di questo articolo: quando Nicola mi ha detto che c’era una giocatrice nella sua rosa con più di due neuroni funzionanti, la prima cosa che ho fatto è stata chiedere il nome. La seconda è stata aprire Instagram come un investigatore privato che fattura quindicimila euro al mese e in realtà lavora da casa in mutande.

Capelli ricci lunghi. Sempre accigliata. Aria leggermente scocciata dal mondo, come di chi ha appena finito di fare i burpees e sta già valutando se l’umanità lo meritasse. Istruttrice di fitness.

Questa? Ho mandato lo screen.

Sì.

Ecco. Chiara.

Non la conoscevo, ma il futsal femminile di Serie C ha questo di strano: arrivi lì per parlare di campo in pendenza, di parcheggi impossibili fuori dai palazzetti, di ragazze che si allenano tre volte a settimana dopo il turno di lavoro, e poi qualcuno ti apre una porta che pensavi di aver murato anni fa.

Leggere tra le righe, ovvero: il corpo capisce prima del cervello

Ho scritto a Chiara una cosa semplice: la domanda alla fine della mia ultima lettera è per te.

È stato in quel momento esatto, mentre aspettavo i tre puntini della risposta, che il mio cervello si è ricordato di aver letto qualcosa nella lettera di Nicola. Qualcosa di infilato dentro una frase come si infila una lama sottile tra le costole: lentamente, quasi con gentilezza. Una parola. Un’eco.

Tumore.

Avete presente quella sensazione di déjà vu sensoriale, quando il corpo capisce qualcosa prima che la mente abbia finito di elaborare la frase? Esattamente così. Come quando vedete arrivare un colpo e la paura ha smesso da un pezzo di essere un blocco, e allora invece di schivare gli correte incontro. Tutto tranne il mio cervello si era già preparato all’impatto.

Chiara mi ha risposto con l’urgenza di chi sa che domani è un concetto che non tutti si possono permettere — e che, francamente, non dovrebbe permetterselo nessuno, ma questa è un’altra storia. Era l’urgenza di chi ha scoperto che oggi è tutto quello che abbiamo, e l’ha scoperto nel modo più doloroso e forse l’unico davvero efficace.

Quello che avete letto, e quello che non avete letto

Quello che Chiara ha scritto a me, e che io ho poi condiviso con tutti, era leggibile. Le parole erano lì, accessibili, comprensibili.

Ma quello che probabilmente non avete letto era l’odore.

L’odore del disinfettante ospedaliero, che non somiglia a nessun altro odore al mondo e che non dimenticate mai, neanche vent’anni dopo. Il fiele che si deposita in fondo alle frasi quando state cercando di spiegare una cosa che non ha spiegazione logica, ovvero: come ci si sente quando perdete il controllo dell’unica cosa che credevate di poter controllare davvero. Il vostro corpo.

Ecco, è stato lì che ho preso la penna. Non perché fossi bravo. Non perché avessi le parole giuste. Ma perché Chiara, senza volerlo, m’ha ricordato che allora avrei voluto ascoltare queste parole da qualcuno, che qualcuno mi raccontasse davvero com’è.

Ospedali, culle e il colore blu delle corsie di notte

Eccomi, quindi, a scrivere di ospedali.

Di culle per neonati prematuri dove i tubi sembrano più grandi dei bambini. Di quella sensazione bizzarra e quasi oscena di pensare loro stanno peggio di me — e sentirti immediatamente uno schifo per averlo pensato, e poi renderti conto che è umano, e poi tornare a sentirti uno schifo. Ciclo infinito, nessun vincitore.

Di come il colore blu delle luci nelle corsie di notte non è rassicurante, non importa quante serie televisive abbiano cercato di convincerci del contrario.

Di quell’odio specifico, localizzato, denso come catrame, che ti rimane dentro quando pensi perché a me — e vi assicuro che non è un peccato farlo. È quasi obbligatorio. È l’unico momento di onestà disponibile in un contesto dove tutti recitano la parte di chi è più forte di quello che è.

Di cosa vuol dire essere prigionieri del proprio corpo. Di una diagnosi che suona come una sentenza capitale letta da un giudice annoiato. E poi di quell’istante paradossale, quasi comico nella sua perversità, in cui scoprite che non morirete — ma che i farmaci si prenderanno una bella fetta dei vostri ricordi, della vostra capacità di concentrarvi, di essere davvero presenti, per anni. E voi sentite qualcosa che assomiglia enormemente al sollievo, e non sapete bene se ridere o piangere, e alla fine fate nessuna delle due cose perché siete troppo stanchi.

Una fermata del bus, una panchina, il futsal femminile

Nicola l’ha scritto meglio di come potrei io, il futsa è una scusa per parlare d’altro. Io aggiugno: lo sport è una fermata del bus. Una panchina su cui vi siete ritrovati seduti vicini per qualche ragione che non avete scelto del tutto. Il futsal femminile di Serie C, in questo senso, è probabilmente la fermata più improbabile che esista — piccola, spesso senza pensilina, in una città che non sempre sa che esiste.

Ma Chiara ci si è seduta, e da quella panchina mi ha gettato in faccia la sua diagnosi. Con quella velocità di chi l’ha già fatto altre volte e sa già cosa aspettarsi: persone che si alzano e aspettano il bus successivo.

Lo riconosco perché in una vita diversa da questa, io ero lei. Ho fatto la stessa cosa. Sputi il veleno per vedere chi cambia faccia, chi trova un impegno urgente, chi comincia a trattarti come un’eccezione da gestire piuttosto che come una persona con cui stare.

Io mi sono spostato di lato. Non me ne sono andato. C’è una differenza enorme, anche se dall’esterno può sembrare la stessa cosa.

Quello che non dirò mai: “ti capisco”

Non vi dirò che capisco. Non dirò a Chiara che capisco la sua sofferenza.

Ho odiato quelle parole con tutto me stesso — non per cattiveria di chi le pronunciava, ma per la loro imprecisione fondamentale. Perché chi le diceva non abitava un corpo che aveva smesso di seguirli. Non si era visto erodere anni di vita da qualcosa di interno, invisibile, non negoziabile.

Quello che invece posso dire — e che ho detto — è: ti chiederai se vogliono bene a te, o a quella te malata. Le tue relazioni cambieranno, con il tempo, con gli altri, con la famiglia. Alcune in meglio, alcune in peggio, tutte in modo irreversibile. E non è una cosa bella o brutta, è solo quello che succede.

Però, sulla strada, troverai qualcuno a cui potrai chiedere perché mi vuoi bene? E ti risponderà: perché non ho bisogno di te. E in quel momento capirete entrambi cosa significa essere liberi.

Il futsal non ti ha presa tutta

Forse quel tumore si è preso il tuo futsal, almeno per adesso. Forse si è presa una stagione, un ruolo, un’identità che era anche un modo di stare al mondo.

Ma non si è presa la voglia di competere. Non si è presa te.

Ha preso una cosa che fai — e fare una cosa, anche per tantissimo tempo, anche con tutto te stesso, non è la stessa cosa che essere quella cosa. Anche se ci vuole un bel po’ per crederci davvero. Anche se il confine tra quello che faccio e quello che sono è una di quelle linee che disegniamo e cancelliamo e ridisegniamo per tutta la vita.

Il futsal sarà ancora lì, quando ne avrai bisogno. Come sarà lì quel pozzo nero di rabbia — che è una benzina straordinaria, sia chiaro, ma che rischia di bruciarti insieme a lei se non impari a dosarla.

Non cercarti dov’eri. Non sei più lì. Sembri uguale, ma non lo sei. Ed è esattamente da lì che si ricomincia.

“If I said I was really, really afraid of dying, what would you do?”

“Can I cry now?”

— Yoru Sumino, I Want to Eat Your Pancreas

Due ragazzi in un ospedale giapponese. Uno che fa la domanda più onesta che esista. L’altro che non ha le parole, ma ha le lacrime, e capisce che le lacrime in quel momento valgono più di qualsiasi cosa avrebbe potuto dire.

A volte è tutto quello che serve. Qualcuno che non scappa. Qualcuno che chiede se può piangere.


Questa lettera fa parte di Perché lo fai — la serie epistolare con Nicola Ugolini su Linea Laterale. Lui allena il futsal femminile al PalaDiVittorio di Terni. Io scrivo da Pescara. Ci siamo trovati sulla stessa panchina per ragioni che non abbiamo scelto del tutto.

La prossima lettera è sua.

Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.