Il peso di essere Mike
Ci sono documentari che raccontano una carriera. Altri che raccontano una vita.
Quello dedicato a Mike Tyson prova a fare qualcosa di più complicato: raccontare la distanza fra le due.
Al centro del racconto c’è certamente la parabola di un ragazzino povero cresciuto in uno dei quartieri più difficili di New York. C’è il percorso che porta quel ragazzo a diventare uno dei pugili più devastanti della storia dei pesi massimi. C’è Iron Mike, il campione, il fenomeno, la celebrità.
Ma la sensazione è che il vero protagonista sia Michael Gerard Tyson.
L’uomo.
Guardando il documentario si scopre una profondità a cui confesso non ero pronto. C’è una ricerca spirituale quasi costante, una curiosità intellettuale sorprendente, una sensibilità che mal si concilia con l’immagine che per anni abbiamo avuto di lui. Forse è solo un pregiudizio nostro, quello di immaginare un pugile come qualcuno che combatte e basta. Tyson, invece, riflette continuamente. Su se stesso, sulla paura, sull’amore, sul fallimento, sulla morte.

Ed è proprio lì che il documentario trova la sua dimensione migliore.
Non nella gloria.
Nella fragilità.
Per gran parte del racconto si ha la sensazione di osservare un uomo che non è mai riuscito davvero a separarsi dal personaggio che il mondo ha costruito attorno a lui. Michael e Mike finiscono continuamente per confondersi. A volte sembrano convivere. Altre sembrano combattersi.
C’è quasi una disperazione in alcuni momenti. La percezione che Michael sia costretto a essere Mike, perché è quello che tutti si aspettano da lui. Perché il campione, il cattivo ragazzo, il personaggio pubblico finiscono per occupare tutto lo spazio disponibile.
Come se l’eccesso fosse inevitabile.
Le droghe. Il denaro. Le donne. Gli amori. Le passioni.
Tutto consumato con la voracità di chi teme che ogni cosa possa sparire da un momento all’altro.
Forse perché quella è stata la sua esperienza del mondo.
Perdere.
Perdere persone.
Perdere punti di riferimento.
Perdere sicurezze.
Così ogni cosa va vissuta fino in fondo, fino all’ultima goccia, prima che sia lei ad andarsene.
Non so se quella di Tyson sia una storia triste. Credo sia semplicemente una storia molto umana.

È la storia di un uomo a cui sono successe cose che avrebbero distrutto molte altre persone. È la storia di un campione capace di convivere con contraddizioni enormi. Ed è anche la storia di qualcuno che continua a cercare risposte.
Nel finale, quando il racconto tocca il suo percorso spirituale e le esperienze psichedeliche che lui stesso descrive come liberatorie, il punto non è stabilire se abbia trovato quelle risposte. Il punto è che continua a cercarle.
E forse è proprio questo l’aspetto che colpisce di più.
La distanza fra la percezione che il mondo ha di Tyson e quella che Tyson ha di se stesso.
Per molti resta uno dei più grandi pesi massimi di sempre. Un atleta quasi mitologico. Per lui, invece, sembra esserci ancora qualcosa da capire. Qualcosa da risolvere.
Oggi Michael Gerard Tyson è un uomo vicino ai sessant’anni. Sembra aver vissuto più vite di quante ne siano concesse perfino ai gatti eppure è ancora alla ricerca di se stesso. Ha paura di alcune domande, ma non smette di porsele. Non nasconde le proprie lacrime. Non si vergogna delle proprie fragilità.
E sa perfettamente che davanti a lui c’è ancora un pubblico.
Forse sa anche che quelle telecamere che lo seguono da una vita sono la forma di dipendenza più difficile da abbandonare.
Alla fine, però, il documentario mi lascia addosso un’altra sensazione.
Che questa non sia nemmeno la storia di un pugile.
Forse è la storia di un bambino solo diventato un uomo solo, ancora alla ricerca di qualcuno capace di amarlo nella sua interezza. Non per il campione che è stato. Non per il personaggio. Non per Iron Mike.
Ma per tutto quello che c’è in mezzo.
Per Michael Gerard Tyson.
E forse, in fondo, non è una ricerca così diversa da quella che affrontiamo tutti.

