…ma ieri era un incubo.
Mentre Spagna e Portogallo perseguono la narrativa del risultato, mostrando a questo mondiale il valore sportivo delle loro nazionali in questa prima manifestazione ufficiale sancita dalla FIFA, per le Azzurre è ancora tempo di metafore oniriche.
Ricordo quando indossare la maglia azzurra del futsal femminile era una sorta di incubo. Le maglie double face, azzurre da un lato e bianche dall’altro, da rovesciare semplicemente tra un incontro e l’altro. Palazzetti alla periferia del mondo, molto alla periferia. Contro avversari così nuovi alla disciplina da averla iniziata a praticare da pochissimo.
Ogni volta che mi capita nel feed l’ennesimo pezzo da sogno azzurro REM, mi torna in mente una frase.
Sulle spalle dei giganti
È di Isaac Newton, che nel 1675 scrivendo al collega Robert Hooke utilizzò queste parole: “If I have seen further, it is by standing on the shoulders of giants”. Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle dei giganti.
Non erano giganti nel senso dell’altezza. Per le Azzurre ne ho in mente una che non lo è sicuramente, fisicamente. Eppure è stata il volto di questa nazionale. È stata la faccia italiana di quella protesta diventata virale, quando le giocatrici misero in atto la rivendicazione dei loro diritti. È stata l’anima in campo, con un fervore che spesso strideva con la riservatezza fuori.
Mi viene in mente un altro gigante, sportivo ma anche emotivo, decisamente più alta di statura. Altro volto e simbolo di una disciplina che fatica ad accettare il suo presente, e immagino abbia serie difficoltà a raccontare un passato non certo “sognabile”. Due capitani diversi tra loro, ma due capitani veri, nel senso umano e sportivo.

Quelle maglie senza nome raccontano oggi più di quanto conti chi sei: contano cosa sei, un convocato. Così non ci si stupisce se la FIGC, che è il Club Italia e ne muove gli invisibili fili politico-sportivi, mentre nel calcio affida a Buffon il ruolo di “direttore sportivo della nazionale”, lascia che la Divisione Calcio a 5 affidi questo genere di ruolo spesso a un parvenu politico-sportivo.
Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle dei giganti.
Non sulle spalle di un supporto politico, ma su quelle di una storia sportiva spesa in una disciplina che, alla fine anche della carriera più gloriosa, impone di trovarsi un lavoro. Perché la vita è lì che ti aspetta, e non gli importa davvero di quando indossavi la maglia azzurra di una disciplina che in tanti chiamano ancora “calcetto”.
Non siete invisibili.

Vi lascio con un pezzo dal Piccolo Principe, che precede quello più famoso e abusato: “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.”
“Che cosa vuol dire addomesticare?”
“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…”
Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò il rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri.
“Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici.”
Goodbye and Good Luck
Dimenticavo: Goodbye and Good Luck è il titolo di una raccolta postuma di scritti di Francis Scott Fitzgerald. Quello del Grande Gatsby, così famoso da essere finito perfino in uno sketch del film Ted. Rings a bell?

