Sei ore prima
L’appuntamento è alle dieci. Si fa la spesa per il brunch, ci sarà di tutto sul tavolo. Dolce, salato, leggero, pesante. Non importa molto cosa. Importa che si mangi insieme prima.
La sveglia suona. I miei occhi si aprono prima. In stanza con l’altra Chiara. Buio, caldo sotto le coperte. Tra le stecche delle serrande abbassate entrano i primi raggi e li guardo come se mi stessero promettendo qualcosa.
Il telefono. 7:48. Mio papà: Buongiorno, notizie?
Apro la finestra. Sole. Poi la brezza. Fredda, niente a che fare con quei raggi di sole fasulli, ma non piove. Gli rispondo. Non se lo fa ripetere due volte. Poco dopo arriva la conferma. Oggi ci sarà.
Dopo più di un anno lo rivedrò lì dietro la rete del campo.
Ho una stretta allo stomaco.
Ci sarà papy. Non ci sarà mamma.

Due ore prima. Mezz’ora all’inizio del pregame
Arrivo in anticipo. Sul diamante già lavorano: Carlo, il presidente, gli allenatori, i volontari. Hanno sistemato il campo, dopo la pioggia dei giorni scorsi. Le linee di gesso bianco sono sul terreno. L’erba tagliata. È tutto pronto.
Ci troviamo ai tavoli di legno del chiosco, chi prima, chi dopo. C’è ancora molto silenzio. È uno dei miei momenti preferiti, la pace al campo. La calma prima della tempesta, letteralmente.
Giorgia, il nostro capitano, ferma per infortunio, sta facendo le trecce a Emma. Michela prende un caffè. Io sono poggiata al tavolo e pubblico la storia su Instagram. It’s game day.
Mi è mancato tutto questo.
Entro nel dugout. Ancora vuoto. Poggio la borsa e guardo il campo.
I brividi arrivano allo stomaco. Quei brividi che a tratti ti fanno sentire insicura, dopo tanti mesi senza gare ufficiali, chissà come andrà, chissà come mi sentirò e dentro quella insicurezza c’è anche la speranza: che i chili alzati, le ore in palestra, tutta la preparazione invernale abbiano lasciato qualcosa.

Poi arrivano le altre. La pace finisce. Iniziano le risate, la sintonia, e quella calma che viene solo dall’avere un’intera squadra intorno, pronta a giocare con te la stessa partita. Arriva il Forlì. L’anno scorso hanno vinto la coppa Italia e sono arrivate a gara 5 di finale scudetto. Una squadra di cui ho grande stima, una grande storia.
Le guardo e penso al 2012. Semifinale scudetto, io appena arrivata in A1, un anno prima ero in B. Sul campo, durante il pregame, passava Don’t Stop Me Now dei Queen. I’m havin’ a good time, I don’t wanna stop at all. Era esattamente così che mi sentivo — felice, in estasi, con quella sensazione che niente potesse fermarmi. Anche allora il Forlì era dall’altra parte.
In difesa gioco in terza. Non è propriamente il mio ruolo, ma ci si adatta. In tutta la carriera è stato il mio mantra: si gioca dove serve, non dove si è cresciute. Se non hai una società di cui sei il prodotto del settore giovanile, devi renderti utile in più punti del campo. Ne ho fatto un punto di forza.
La terza base è il ruolo in cui ho esordito in A1, nel 2012, in casa a Caserta. Sono entrata al posto di Giovanna Palermi, olimpionica a Sidney 2000, tredici scudetti, sei coppe dei campioni. Il ricordo mi fa sorridere ancora.
La terza è il hot corner: il difensore più vicino ai battitori, meno tempo di reazione, le palle che arrivano addosso senza preavviso. Guardo il loro lineup con un po’ di timore, ma penso “paurina” e sorrido ma non lo nascondo.

C’è Ilaria Cacciamani. Lanciatore e battitore del Forlì, nazionale, olimpionica a Tokyo 2020, appena tornata dalla lega professionistica in Messico. Lei è la Ohtani del softball italiano. Chi sa non chi è ma cos’è Ohtani ha già capito. Chi non lo sa basti dire che fare entrambe le cose, a quel livello, non succede quasi mai. Lei le fa entrambe. Eccelle in entrambe.
C’è Laura Vigna, olimpionica anche lei.
E c’è Martina Laghi. Il suo nome lo conosco dal 2007. Prima convocazione in azzurro: U14, sia chiaro, ma la prima non si scorda. Eravamo nella nazionale centro-sud, io dall’Abruzzo, lei dall’Emilia Romagna. Ci ritroviamo ancora, sempre da avversarie, mai compagne oltre quella volta. Penso a quanti anni siano passati. A quanta strada. Di quella nazionale, in A1 siamo rimaste in tre: io, Martina, e Ilaria.

Ilaria, che è anche la sorella del nostro capitano, Giorgia Cacciamani. Due volte l’anno le sorelle si ritrovano dall’una e dall’altra parte del campo, una che lancia, l’altra che batte.
Ci disponiamo lungo la linea di prima base.
Mano destra sul cuore. Mano sinistra dietro la schiena, dita incrociate.
Come sempre. Le abitudini non si cambiano.
Play ball.