Il settanta per cento

Sketch di atleta in corsa con linee essenziali

Dicono che sia uno sport che si gioca molto con la testa.

L’ho sentito dire mille volte. Da compagne, da allenatori, da gente sugli spalti che non aveva mai tenuto in mano una mazza in vita sua.

Da giovane non capivo. Pensavo: la testa ce l’ho sempre avuta, è la tecnica che non va. È lo swing. C’è un dettaglio da correggere e quando lo trovo, quando lo trovo andrà meglio.

E quindi mi allenavo. Allenamenti su allenamenti. Il tee ball sul campo vuoto, la palla ferma, la mazza che taglia l’aria. Un’ora. Due. Finché le braccia non pesano.

Un pomeriggio mi fermo. Ho appena finito una serie di swings e non me ne viene uno. Non uno. Guardo il tee, guardo la mazza, e mi dico: non è questione di testa. Non può essere la testa. Ultimamente non ho niente che mi frulla in testa.

E poi comincia.

Sto cambiando lavoro. Il periodo di passaggio di consegne è impegnativo. Non so cosa mi aspetta al lavoro nuovo. Ho organizzato il trasloco da Roma a Pescara. Ho finito di scrivere la tesi. Tra un mese mi laureo e ho dovuto rincorrere tutte le scadenze. A casa stiamo ancora cercando di capire come si vive, dopo quello che è successo a mia madre a ottobre. Il campionato sta andando peggio del previsto, siamo in fondo alla classifica. Vorrei allenarmi di più con la squadra ma non posso, finché lavoro a Roma. Vorrei avere più tempo.

Mi fermo.

Gli occhi spalancati sul tee.

Ecco.

Forse forse la testa c’entra.

Figura sportiva minimalista con silhouette pulita

Nel baseball e nel softball sbagli nel settanta per cento dei casi. Non è una metafora. È la percentuale. Se vai in battuta e sbagli sette volte su dieci, sei bravo. Sei un buon giocatore. Sei quello a cui la squadra manda in battuta quando conta.

Settanta per cento.

E allora da dove viene tutta quella rabbia, dopo una partita storta? Viene esattamente da lì: sai cosa avresti potuto fare, sai quante ore ci hai messo, e quando il momento arriva si dissolve in un attimo. Fa male perché non è una sorpresa, è sempre la stessa cosa, e continua a fare male uguale.

A volte, nel mezzo di una stagione brutta, quasi speri che sia colpa della testa. Almeno hai una spiegazione. Almeno non vuol dire che il livello è calato davvero, che le mani sono quelle che sono, che forse il tempo passa anche per te. La testa è una questione temporanea. la testa si sistema.

Ma a caldo, dopo una serie di errori, dopo tre partite perse di fila, la testa è anche la prima a tradirti. Ti dice che non sei più quella di prima. Che l’età si sente. Che forse è ora di smettere.

Sabalenka, al Roland Garros quest’anno, dopo la sconfitta ai quarti, ha detto in conferenza che non sapeva se avrebbe ripreso. L’ho sentita e ho pensato: la capisco perfettamente. L’ho capita anche prima che la rivedessimo a Wimbledon.

Azione sportiva semplificata con elementi ridotti

In settimana, tra un weekend di partite e l’altro, sono andata a un allenamento di softball qui in Abruzzo. Ragazze che si stanno preparando per un campionato di Serie B, alcune giovani, alcune con vent’anni già passati, alcune oltre i trenta.

Le guardavo e sorridevo.

Non per superiorità. Per riconoscimento. Perché anch’io ero quella lì, anni fa, con la stessa fame e la stessa incertezza nei movimenti e lo stesso modo di guardare chi era più avanti, come se avesse un trucco che non ti ha spiegato.

Rivedendole ho rivisto anche la strada. Non ero bravissima. Non ero tra le migliori. Ma ho imparato tanto, e a volte ci vuole uno specchio esterno per vederlo, perché nel pieno del campionato sei troppo dentro, vuoi essere perfetta a ogni turno di battuta, non riesci a guardare da dove sei partita.

Per quelle ragazze, lì sul campo, ero qualcuno. Non una star. Solo qualcuno che ha continuato ad allenarsi abbastanza a lungo da costruirsi una reputazione. E non sarà una brutta partita, non sarà nemmeno una brutta stagione, a cancellare quello.

Sketch di atleta in corsa con linee essenziali

Quindi riparti.

Non con un discorso. Non con una risoluzione. Con un paio di swings sul tee, con il rumore della palla che parte, con la polvere che si alza dal campo.

Il passato è quello che è. C’è ancora un campionato da giocare. C’è un prossimo turno di battuta.

Una palla alla volta.