Partenza Sottotono


Da qualche parte tra Roma e Pescara leggo la preview del weekend: intervista al presidente, titolo in grassetto, partenza sottotono. Faccio una smorfia.

Non perché sia una rivelazione. È la verità, e la verità la conosco già. Abbiamo perso per strada un paio di partite che contavano, quelle che fanno classifica. Il problema è che queste cose non le dici. Non le approfondisci. Aspetti il weekend dopo per riscattarti, aspetti i risultati, e invece eccola lì, spiattellata in grassetto.

Con Collecchio è andata come con Rovigo: pareggio. Perdiamo gara 1, vinciamo gara 2, torniamo a casa con una vittoria e una sconfitta quando avevamo puntato alla doppietta. L’aspetto positivo esiste. Siamo state brave a reagire, entrambe le volte. Però non siamo soddisfatte, e sarebbe strano esserlo.

Il fine settimana dopo siamo a Caronno. Prima delle quattro trasferte in Lombardia. Non ci aspettiamo molto, e già questo la dice lunga.

Caronno è rognosa, compatta. La metà alta del lineup fa l’ottanta per cento del lavoro e trascina il resto. In pedana hanno Chiaretta. L’etta è rimasta, ma Chiaretta ormai non è più piccola da un pezzo: ci siamo conosciute quando giocavo a Saronno, lei s’era appena affacciata in A1, ancora poco spazio come lanciatrice titolare. In squadra io ero Chiara e lei era Chiaretta, per via dell’età. Adesso è alta un metro e ottanta e gira con la nazionale maggiore. Le cucciole crescono.

In gara 2 lancia Yamelkis. Cubana, la migliore della nazionale cubana al momento. L’ho avuta come compagna di squadra a Parigi, con Les Pharaons di Évry-Courcouronnes, la Coppa Europea che abbiamo vinto insieme. Non lancia piano.

Il viaggio è di sei ore. Arriviamo con anticipo, mi faccio i capelli, mi trucco, entro in mentalità partita. C’è un ordine in questo che mi serve.

Nel riscaldamento cerco di esorcizzare la maledizione di gara 1, che ci portiamo dietro da inizio campionato: fin ora non abbiamo vinto nemmeno una partita lanciata dalla lanciatrice italiana. “Obiettivo di oggi,” dico alle compagne, “entrare in partita dalla prima e non dalla seconda.” Non abbiamo perso per inferiorità tecnica. Abbiamo perso perché sembrava che non fossimo pronte, più mentalmente che tecnicamente. Sette inning li abbiamo solo una volta.

Primo inning: riempiamo le basi e non segniamo. Forse è peggio che non arrivare a quel punto. Caronno risponde con tre punti. Fuoricampo di Sara, che era anche lei a Saronno quando ci giocavo io. Solo contro di noi Sara ha battuto due fuoricampo e sei RBI, sui tredici segnati dalla sua squadra in questo fine settimana. Mamma mia quanto sta battendo.

Nel secondo inning tocca a noi. Gioia batte un singolo, la seguo, Elisa batte il doppio che ci fa segnare. Poi Kaitlyn e Katherine portano dentro gli altri due punti: 4-3 per noi.

Quando Caronno chiude il suo attacco a zero, con la parte alta del lineup, cominciamo a crederci. Difendiamo il vantaggio fino al quinto, poi arriva il pareggio. Non importa. Chiudiamo l’inning senza subire altro: siamo pari, ricominciamo, l’abbiamo già fatto, possiamo farlo di nuovo.

Nel sesto arriva un altro fuoricampo. 6-4. Tre out rimasti, nessun punto.

Gara 2: Yamelkis. Una sola valida subita, la partita finita lì. Ci ha letteralmente tolto la mazza dalle mani.

Per qualche inning ci avevamo creduto davvero. Il ritorno ha un sapeore davvero amaro.

Sul pullman leggiamo gli altri risultati. È un campionato strano quest’anno, la classifica fa movimenti che non ti aspetti. La notizia che colpisce è New Bollate, neopromossa, che ha vinto due volte contro Collecchio, come la settimana prima aveva fatto contro Rovigo. Le stesse squadre con cui abbiamo pareggiato noi. Al prossimo turno ce le ritroveremo davanti, a casa nostra.

Hanno due americane forti e uno zoccolo duro di giovani italiane cresciute nel vivaio di Bollate, arrivate in A1 con tutto da dimostrare e la voglia di guadagnarsi il diritto a disputare la categoria. Non è una partita da prendere alla leggera.

La mattina della partita, o il giorno prima, mi piace guardare le ultime gare delle avversarie. Cerco un pattern, una sequenza di lanci che si ripete, qualcosa che mi faccia sentire di conoscere già la lanciatrice quando arrivo in pedana per il mio turno in battuta. Non basta sempre. Ma quando poi me la trovo davanti, mi sembra di averla già vista, e mi faccio sorprendere un po’ meno.

È venerdì sera. Sto tornando a Pescara da Roma. Questa settimana non sono riuscita a sfruttare il giorno di smart working, fisicamente non avrei potuto essere a Macerata in tempo nemmeno per l’allenamento. Domani mattina prendo la macchina.

Non vedo l’ora di raggiungerle.

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