“Si Vergogni”. La Beef di Provincia

Ogni volta che pensi di aver visto tutto di quello che temerariamente qualcuno chiama futsal, arriva qualcuno che alza l’asticella. Non sul campo. Sui social. Nei comunicati. Nella grammatica del congiuntivo usata male ma con autorità.

Benvenuti nel calcetto a cinque, detto anche “fuStal”. Dove le partite contano solo per chi c’era, e le polemiche contano per tutti.

L’ambulanza che c’era e non c’era

Prima di parlare di questa storia, facciamo un riassunto delle “beef” precedenti. Perchè, nel calcio a cinque italiano, ultimamente è forse necessario.

Siamo in Serie A Femminile di calcio a 5. L’Okasa Falconara batte la Femminile Molfetta 4-0. Una vittoria netta, il tipo di risultato che di solito chiude la serata senza strascichi. Invece no. Il mister del Molfetta solleva un problema: durante uno scontro di gioco, un’atleta ha avuto bisogno di soccorso immediato. E l’ambulanza, obbligatoria per regolamento, era o non era presente? Qualcuno ha dovuto chiamare il 118 come se stesse gestendo un’emergenza in un parcheggio.

La risposta dell’altra parte: l’ambulanza c’era. Era solo parcheggiata in una posizione che evidentemente non tutti conoscevano. Una specie di “era lì, bastava sapere dove guardare”. Tipo le chiavi di casa.

Questa è la “beef dell’ambulanza”. Un medico con il dono dell’ubiquità richiesto ma non disponibile, una polemica social partita dai comunicati ufficiali, un caso che racconta benissimo la distanza enorme tra ciò che il regolamento prevede e quello che avviene davvero nei palazzetti ogni weekend.

Detto questo: scendete. Perché adesso tocca al calcetto a cinque, quello sul fondo della disciplina.

il commento che nessuno ricorderà (ma che ha scatenato tutto)

Immaginate un campo sintetico. Luci al neon, odore di gomma, qualcuno che urla indicazioni tattiche a gente che s’allena dopo stress del lavoro. Calcio a cinque vero, quello che in tanti posti chiamano ancora calcetto, che è una parola più onesta.

Un passato di partite intense, forse troppo. Fatto d’interventi forse evitabili. Forse no. Di scivolate che partono un po’ troppo da lontano, con troppa gamba, e ti sfuggono così — fuori dal controllo, fuori dal previsto.

Da lì, come sempre, nasce il flame.

Un commento. Uno di quelli corti, telegrafici, che ai tempi dei forum si chiamavano esattamente così: flame. Oggi lo chiami un post su Discord, un messaggio in una chat, una risposta sotto a qualcosa. Il contenuto, nella sostanza, era questo: “Grazie a Dio l’arroganza e il wrestling non sempre pagano.”

Il wrestling, il calcetto e la scala dei valori

Fermiamoci qui un secondo.

Il commento compara il calcetto alla WWE. È una frecciata? Sì. È anche una frecciata relativamente innocua, con l’arroganza come bersaglio principale, non la persona. E soprattutto: chi l’ha scritto non era nemmeno direttamente coinvolto nella partita.

È il tipo di commento che leggi, sorridi o ti incazzi per trenta secondi, poi chiudi il telefono e vai a dormire.

Invece no.

la risposta “ufficale” che non ti aspetti.

La risposta “ufficiale” della società arriva densa, solenne, con una gravità che nessuno aveva richiesto.

“Mi appare chiaro che voi non sapete vincere. Si goda i festeggiamenti prima della querela. Si vergogni.”

Rileggetela. Piano.

“Non sapete vincere.” Possibile. A certi livelli di calcetto a cinque si accumula una certa familiarità con le sconfitte. È parte del gioco. È quasi un merito.

“Si goda i festeggiamenti.” Aspetta — festeggiamenti per cosa esattamente? Chi aveva scritto il commento non stava celebrando una vittoria. Stava, se vogliamo essere precisi, commentando una sconfitta altrui. Non è proprio la stessa cosa.

“Si vergogni.” L’unica cosa di cui mi verrebbe da vergognarmi, leggendo tutta la faccenda, è aver paragonato una disciplina con riconoscimento planetario come la WWE con il calcetto a cinque. Tra l’altro nel commento compare D maiuscola a “dio”. Dettaglio non da poco.

E poi arriva il colpo di scena: “…prima della querela.”

La querela. Per cosa, esattamente?

Qui entriamo in territorio comico. Non perché la cosa sia divertente in sé, ma perché il rapporto tra la causa e la reazione è talmente sproporzionato che diventa quasi surreale.

Querela per cosa? Non c’è stata diffamazione. Paragonare qualcuno alla WWE — una delle organizzazioni di intrattenimento più famose e ricche del mondo — non è un insulto. È quasi un complimento con l’ironia sbagliata.

Sull’arroganza: non è reato. L’arroganza non è punibile dalla legge. In Italia, se lo fosse, i tribunali collasserebbero nel giro di un pomeriggio.

E qui viene il punto politico, che però è anche il punto umano. L’Italia detiene il record europeo di querele temerarie, con 26 casi segnalati solo nel 2023, pari a un quarto del totale dell’Unione Europea. Il pattern è sempre lo stesso: qualcuno dice qualcosa che non piace, arriva la minaccia legale come strumento di intimidazione, non come strumento di giustizia. Lo fanno i politici, lo fanno gli imprenditori. E adesso, a quanto pare, lo minacciano anche nel calcetto a cinque.

Il problema non è il commento. È il senso delle proporzioni.

C’è qualcosa di profondamente distorto in tutto questo, e non sta nella partita o nel commento.

Sta nel fatto che qualcuno ha ritenuto necessario rispondere con una minaccia legale a una battuta su un post per una partita di calcetto a cinque che importava a venti persone in tutto.

È la stessa logica che trasforma le chat di WhatsApp del condominio in fronti di guerra. È la stessa logica che fa sì che le assemblee di condominio abbiano più tensione del’attività parlamentare. È italiana, profondamente italiana, e non è un complimento.

Il calcio a cinque, quello lì in fondo al mondo, è bello perché è fuori dalla retorica. Perché è spogliatoio, sudore, amicizia storta, rivalità che durano anni e poi si dimenticano davanti a una birra. Perché è lo spazio in cui sei libero di essere mediocre senza conseguenze.

Appena ci metti dentro i commenti formali, i congiuntivi presenti usati come sciabole, le querele in procinto di arrivare — lo ammazzi. Lo trasformi in qualcosa di brutto, di piccolo, di provinciale nel senso peggiore del termine.

Una nota finale, senza eleganza

Non c’era bisogno di tutto questo.

C’era bisogno di una risata. Di scrollare le spalle. Di magari rispondere con la stessa ironia, se proprio ti prudevano le dita. Non di tirar fuori il congiuntivo da combattimento e la minaccia legale come se stessimo parlando di un’offesa alla nazione.

Forse il problema è esattamente quello che il commento aveva individuato: l’arroganza. Non quella dell’altro. La propria.

Il wrestling paga. Il calcetto a cinque, di solito, no. E va benissimo così.