Faccio da autista a un dirigente nazionale di una sigla sindacale, ovviamente anch’essa nazionale. Quel dirigente sarebbe anche mia madre e tecnicamente io non sono il suo autista. Però sono lì che guido di domenica mattina verso uno di quei posti dove il maritozzo con la panna è spettacolare ma il cappuccino praticamente velenoso.
Lei è al telefono. Con l’interlocutore si parla di un’imminente conferenza stampa per denunciare l’istituto pubblico che da 4 mesi non versa gli emolumenti ai dipendenti. Tra i virgolettati che potrei citare ci sono parole come “scandaloso”, “reato penale”, “inaccettabile”. Una vicenda che è anche un caso politico, trattandosi di una questione fondamentale: quella del lavoro.

Ho subito pensato a tutte quelle giocatrici e giocatori di cui deve occuparsi la Commissione Accordi Economici, che devono lottare per veder riconosciuto il dovuto. Ma anche a tutte quelle che restano in silenzio sperando nella “magnanimità” dei loro datori di lavoro, come se quello che hanno pattuito non fosse dovuto, ma concesso.
Alcune giocatrici, negli anni, si sono perfino viste insultate dalle tifoserie per aver cambiato casacca e preteso il dovuto dalla loro vecchia società. Perché si gioca per la maglia, per il popolo, per la città, vero? Se sono abietti quelli che non pagano, non sono meglio quelli che tacciono. Chi non denuncia è correo, complice di una condizione di illegalità diffusa. Parte del problema e mai della soluzione.

Non è complesso determinare le ragioni che spingono certi presidenti a vivere sportivamente al di sopra delle loro possibilità: è una questione di ego, di riscatto sociale, di rilevanza. Quello che trovo incomprensibile è l’atteggiamento di quei giocatori. ì, uso il maschile anche per le donne, che baciano la maglia dopo il gol mentre hanno il frigo vuoto. Letteralmente vuoto.
Lì fuori, nella vita reale, 4 mesi di stipendi non pagati diventano una questione da conferenza stampa, da caso politico. Nella bolla del calcetto a cinque è la normalità. Tanto che quei pochi presidenti puntuali con gli obblighi economici e ligi alle regole si lamentano di competere con chi quelle regole le ignora beatamente.
Non mi stupisce nemmeno l’omertà che si scopre appena si gratta via la superficie della disciplina in Italia. I soldi non sono l’unico apparente tabù, ma questa è una storia da raccontare un’altra volta.
La Divisione Calcio a 5, per porre un freno a questa piaga, ha fatto sempre tanta scena: tanti proclami, nuove regole poi regolarmente disattese. Il rischio vero è vedere campionati di vertice letteralmente mutilati se fossero davvero applicate le norme. Allora forse è più probabile indossare una benda sull’occhio da veri pirati, ma anche su tutti e due. Perché poi si sa, nel segreto dell’urna elettorale “Dio ti vede e Stalin no”.