Brian Clough e il Nottingham Forest: la favola più strana del calcio inglese

Scena sportiva astratta con figure semplificate

Il Robin Hood di Nottingham

C’è una città inglese che ha avuto due Robin Hood. Il primo è quello che tutti conoscono: l’arciere in calzamaglia verde, la leggenda medievale, il ribelle che rubava ai ricchi per ridare ai poveri. Il secondo arrivò verso la metà degli anni Sessanta, e non portava arco né faretra. Si chiamava Brian Clough, e rubava ciò che non sta nei numeri: vittorie che, in teoria, non spettavano a lui.

Geniale e provocatorio, arrogante e fragile, capace di spaccare l’Inghilterra: per alcuni era un visionario, per altri semplicemente insopportabile. Non amava i compromessi. Parlava come pochi osavano fare, sfidava presidenti, giornalisti e avversari, e diceva sempre quello che pensava. Molto spesso, il giorno dopo era già in prima pagina.

Da giocatore sembrava destinato a una carriera straordinaria. Segnava con una facilità impressionante nel Middlesbrough e nel Sunderland, aveva l’istinto del centravanti puro, uno di quelli che trovano la porta quasi senza guardarla. Un gravissimo infortunio al ginocchio gli tolse il futuro sul campo a ventinove anni. Per molti sarebbe stata la fine. Per Clough fu l’inizio di un’altra storia.

Sketch di atleta in corsa con linee essenziali

Dietro quella sicurezza quasi teatrale si nascondeva un uomo complesso. L’alcol lo accompagnò per buona parte della vita, così come il peso della fama e una ricerca della perfezione che finiva per consumarlo. L’Inghilterra di quegli anni era un paese di pub affollati dopo le partite, scommesse vissute come un’abitudine, sigarette accese negli spogliatoi e calciatori che il lunedì mattina arrivavano all’allenamento con addosso ancora gli eccessi del weekend. Clough conosceva quell’ambiente meglio di chiunque altro. Non cercò mai di fingere che non esistesse. Cercò di dominarlo con la propria personalità, l’unica cosa che non lo tradiva mai.

Ogni Robin Hood ha bisogno di Little John. Il suo si chiamava Peter Taylor.

Se Clough occupava la scena, Taylor la costruiva dall’interno. Uno parlava, l’altro osservava. Uno convinceva, l’altro decideva su chi quella convinzione meritasse di essere spesa. Taylor aveva un fiuto quasi imbarazzante nel trovare giocatori prima degli altri: vedeva in un giocatore mediocre quello che poteva ancora diventare. Clough poi ci pensava lui a tirarlo fuori. Separati erano due ottimi uomini di calcio. Insieme erano un unicum.

Il Re Giovanni, in questa storia, fu il Leeds United. E il suo Sceriffo di Nottingham si chiamava Don Revie.

Tutto iniziò al Derby County. Quando Clough e Taylor arrivarono, il club navigava in Second Division e sembrava destinato a un’esistenza anonima. In pochi anni cambiarono la mentalità, l’ambizione, perfino il modo di allenarsi. Durante una partita di Coppa, il Derby fu sorteggiato contro il Leeds: una squadra di seconda divisione contro i padroni del calcio inglese. Da quella gara nacque tutto. Nel 1972 il Derby County conquistò il campionato inglese, il primo della propria storia, proprio ai danni del Leeds. Fu un terremoto sportivo. Nessuno poteva più trattare Clough da semplice provocatore.

Il Leeds United rappresentava tutto ciò che lui detestava: una squadra fortissima, costruita con una mentalità che giudicava feroce e spesso oltre il limite del regolamento. Revie era il suo opposto. Riflessivo, diplomatico, riservato. Clough trasformava ogni conferenza stampa in uno spettacolo. Una rivalità che nasceva sul piano personale, prima ancora che calcistico.

Quando Revie lasciò il Leeds per diventare commissario tecnico della nazionale inglese, fu proprio Clough che la società scelse come successore. Sembrava un incubo annunciato, dopo tutto quello che Clough aveva detto sulla squadra negli anni precedenti. I senatori dello spogliatoio non lo accettarono mai. Dopo quarantaquattro giorni la sua avventura finì. Ancora oggi resta uno degli episodi più celebri, e più dolorosi, della storia del calcio inglese.

Figura sportiva minimalista con silhouette pulita

Molti pensarono che la carriera di Clough fosse conclusa. Lui la considerò soltanto una nuova sfida.

Il Nottingham Forest lo contattò il giorno della Befana del 1975. Clough, da amante delle favole qual era, accettò. Si ritrovò davanti una squadra senza ambizioni, lontana dai vertici e quasi dimenticata. Ma non poteva fare nulla senza il suo Little John. Lui e Taylor si erano separati male: quando Clough aveva accettato il Leeds, era venuto meno alla parola data al Brighton, e dopo una litigata furiosa avevano preso strade diverse. Ci volle un chiarimento, e poi ci volle tempo. Ma alla fine tornarono insieme proprio lì, a Nottingham, dove la leggenda li aspettava.

Clough non costruì quel Nottingham Forest comprando fuoriclasse già affermati. Costruì una squadra in cui ognuno tirava fuori più di quanto ci si aspettasse. John McGovern divenne il leader silenzioso dello spogliatoio. Viv Anderson uno dei migliori terzini della sua generazione. Martin O’Neill portò qualità e intelligenza tattica. John Robertson sembrava un’ala lenta e fuori forma: Clough diceva che se fosse entrato in una gara di corsa sarebbe arrivato ultimo, ma con il pallone tra i piedi nessuno era migliore. Robertson divenne il riferimento tecnico di quel Forest.

Poi arrivò Trevor Francis: 999.999 sterline, una in meno del milione tondo. Tutti parlarono della cifra. Clough parlò del talento. Nella finale di Coppa dei Campioni del 1979, fu proprio Francis a segnare il gol decisivo contro il Malmö di Bobby Houghton, allenatore inglese che aveva costruito una delle sorprese più improbabili del calcio europeo portando una squadra svedese in finale.

Scena sportiva astratta con figure semplificate

Il Nottingham Forest fece qualcosa che ancora oggi non si spiega davvero. Nel 1978 vinse il campionato inglese da neopromosso. L’anno successivo conquistò la Coppa dei Campioni. Nel 1980 la rivinse, battendo l’Amburgo di Kevin Keegan. Due Coppe dei Campioni consecutive, vinte da un club che non era mai stato il più ricco, né il più famoso, né quello con la rosa più profonda. Il Forest, paradossalmente, vinse più Coppe dei Campioni che campionati inglesi. È una delle anomalie più strane dell’intera storia del calcio.

Dietro la facciata del tecnico spavaldo c’era un uomo di una lealtà rara verso chi si conquistava la sua fiducia. Il rapporto con Taylor ne è la prova più evidente: litigarono, si separarono, si riavvicinarono, e il loro legame rimase uno dei più importanti che il calcio inglese ricordi. Clough stesso ammise più volte che senza Taylor molte delle sue imprese non sarebbero mai esistite.

I trofei non raccontano tutto. Vinse un campionato col Derby County, trasformò il Nottingham Forest in due volte campione d’Europa, conquistò Coppe di Lega in serie. Ma soprattutto dimostrò che il calcio non appartiene sempre ai più ricchi e ai più forti sulla carta. A volte premia chi sa convincere undici uomini di valere più di quanto credano e a chi ha la pazienza, o l’incoscienza, di seguirli in quella convinzione.

Brian Howard Clough fu un allenatore straordinario, un comunicatore irresistibile e un uomo pieno di contraddizioni che combatté per tutta la vita contro gli avversari e spesso contro sé stesso. Il Nottingham Forest fu la sua storia più bella: una squadra che nessuno pensava potesse arrivare in cima all’Europa, e che ci arrivò due volte di fila. Alla fine, nemmeno Robin Hood avrebbe saputo fare di più.