Manchester, inverno del 1958. Le fabbriche respirano carbone, il calcio è la lingua della classe operaia, e al Manchester United succede qualcosa che ancora non ha un nome. Matt Busby non va a comprare campioni già formati. Va nei campi di periferia, guarda ragazzi sconosciuti, convince le famiglie, li porta a Old Trafford. Li chiamano i Busby Babes: la maggior parte non ha ancora venticinque anni, molti nemmeno venti. Eppure stanno cambiando il calcio inglese.
In una stagione in cui i club britannici guardano la Coppa dei Campioni con diffidenza, lo United ci entra e ci resta. Vince campionati. Sorprende l’Europa. Sembra destinato a dominare per un decennio.
Poi, il 6 febbraio.
Il volo BEA 609 era partito da Belgrado dopo il tre a tre con la Stella Rossa. Gara di ritorno dei quarti di finale, risultato che valeva la qualificazione alle semifinali per i Red Devils. Lo scalo tecnico era a Monaco di Baviera, all’aeroporto di Riem. Nevicava. La pista era coperta di fanghiglia ghiacciata. I primi due tentativi di decollo erano stati interrotti per anomalie ai motori. Al terzo, l’aereo non riuscì a prendere quota. Attraversò il fondo pista, sfondò la recinzione, si schiantò contro una casa e un deposito di carburante.

Morirono in ventitré. Fra loro, otto calciatori dello United: Geoff Bent, Roger Byrne, Eddie Colman, Duncan Edwards, Mark Jones, David Pegg, Tommy Taylor e Liam Whelan.
Duncan Edwards non morì nell’impatto. Combatté per quindici giorni all’ospedale Rechts der Isar di Monaco prima di arrendersi alle ferite, il 21 febbraio. Aveva ventuno anni. Bobby Charlton, che era sul volo e sopravvisse, avrebbe detto di lui, anni dopo, che era l’unico giocatore davanti al quale si era sentito inferiore. Non come omaggio. Come fatto.
Anche Matt Busby era tra la vita e la morte. I medici avevano detto alla moglie che difficilmente sarebbe sopravvissuto. Invece aprì gli occhi. E quando gli raccontarono cos’era successo, la prima domanda non riguardava sé stesso. «Come stanno i ragazzi?»
Per settimane nessuno sapeva se quello United potesse continuare a esistere. Jimmy Murphy, il vice-allenatore che non era sul volo perché impegnato con la nazionale gallese, prese in mano i resti della squadra. Iniziò con lo schierare i ragazzi delle giovanili, chiamò giocatori a fine carriera, trovò chiunque fosse disponibile a giocare. Lo United continuò a scendere in campo perché interrompere il campionato sarebbe stato, per chi restava, come perdere quei ragazzi una seconda volta.
Quando Busby tornò in panchina, sapeva che non si trattava solo di ricostruire una squadra. Cercava ragazzi capaci di sostenere il peso di quella maglia diventata enormemente pesante. Non tutti ne erano capaci.

Fra i nuovi arrivò uno da Belfast.
Nel 1961 il talent scout dello United per l’Irlanda del Nord, Bob Bishop, mandò un telegramma a Old Trafford. Diceva: “I think I’ve found you a genius.” Il ragazzo si chiamava George Best, aveva quindici anni, veniva dal quartiere di Cregagh. Dribblava, accelerava, rallentava, cambiava direzione senza perdere l’equilibrio né la palla. Busby lo portò a Manchester, lo inserì nelle giovanili, aspettò. Il 14 settembre 1963, contro il West Brom, Best esordì in prima squadra. Aveva diciassette anni. Lo United vinse uno a zero.
Accanto a lui crescevano Charlton, ancora lui, il sopravvissuto, e Denis Law. Una nuova generazione. Su di loro pesava qualcosa di cui non si parlava nello spogliatoio. Aleggiava senza mai sparire del tutto.
Arrivarono le vittorie, il titolo di campione d’Inghilterra nel 1965 e nel 1967. Ogni volta che lo United alzava un trofeo, nelle interviste i giocatori trovavano un modo per evadere la domanda sull’unico trofeo che mancava: la Coppa dei Campioni. Quello che Busby aveva inseguito dalla metà degli anni Cinquanta, quello per cui i club inglesi lo avevano guardato come un visionario e a volte come un pazzo. Il 29 maggio 1968, allo stadio di Wembley, arrivò la notte in cui si sapeva che non sarebbe stata una partita come le altre.
Benfica, l’avversario. Eusébio in campo.

Il primo tempo finì a reti inviolate. Nella ripresa, al cinquantatresimo, Charlton segnò di testa. Al settantanovesimo Graça pareggiò. Nei minuti finali, Eusébio si trovò solo davanti al portiere Stepney: colpì forte, al centro, e Stepney parò. Abbastanza strano da ricordare ancora adesso: uno dei più grandi attaccanti della storia, con il pallone tra i piedi e la porta sguarnita davanti, che tira al centro invece di angolare. Uno a uno. Supplementari.
Al novantaduesimo, Best raccolse un pallone vagante in area su un rinvio lungo, andò verso il portiere, lo superò, e depositò lentamente in rete. Un minuto dopo, Kidd, che quel giorno compiva diciannove anni, segnò di testa su rimpallo. l novantanovesimo, Charlton per la seconda volta. Quattro a uno.
Per la prima volta un club inglese vinceva la Coppa dei Campioni.
Busby salì i gradini per ricevere la coppa. Charlton e Bill Foulkes, l’altro sopravvissuto di Monaco che aveva giocato tutta la partita, erano stati sul campo per oltre centoventi minuti in un’umidità che i giocatori ricordano ancora come opprimente. Denis Law era stato costretto in tribuna da un infortunio al ginocchio. Quando Busby arrivò in cima, si fermò un momento prima di prendere il trofeo. Chi era vicino disse che non piangeva. O forse sì. Difficile saperlo a distanza di sessant’anni, e probabilmente non importa.
Quello che è rimasto è l’immagine di un uomo in cima a una scalinata di Wembley con in mano qualcosa che dieci anni prima sembrava impossibile.

