Adesso è davvero finita

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La stagione di calcio a 5 maschile è chiusa. Chi sperava in qualcos’altro, leggendo il titolo, mi spiace deludervi ancora una volta. Rispetto allo scorso anno siamo cresciuti del 389 per cento, e per raccontarla prendiamo in prestito un proverbio che sembra scritto apposta: morte desiderata, cent’anni per la casa. Fatta la parentesi autocelebrativa, breve quanto doverosa, si torna a parlare d’altro.

C’è la L84, che da campione dovrebbe forse considerare il cambio di denominazione: quasi un obbligo, quando si vince per la prima volta in una storia ancora corta, essere ricordati con qualcosa che non sembri “Stock 84”. Lo scudetto esce dal forno del Pala Catania, fumante. Ha vinto Torino, ma un pezzo l’ha vinto anche Biella, diciamolo pure. Il pragmatismo sabaudo si sposa male con la gloria di Roma antica: “Torino ha vinto” non ha lo stesso peso specifico di “Roma ha vinto”. Provate a immaginare Russell Crowe che urla “Torino ha vinto” alle legioni? Appunto.

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Il Pala Catania era infuocato, in senso letterale. Uno scudetto sudato, ma non nell’accezione figurata che di solito si usa nello sport: qui il sudore era proprio quello lì, e pure le sventagliate erano più fisiche che retoriche. Immagino un certo rammarico, negli uffici della governance, per non poter parlare di un sold out che sulla carta, quella digitale, esisteva, ma che sugli spalti si è visto un po’ meno. E infatti non poteva mancare il classico “pubblico da record”: record di cosa, verrebbe da chiedere, forse di quante volte avete scritto MAXXI EVENTO. O forse, per una volta, era solo che faceva un caldo assurdo e la gente è rimasta a casa a guardarsi Francia-Svezia con l’aria condizionata a palla. Non si può dire nemmeno questo?

Uno scudetto resta uno scudetto e va festeggiato come si deve. Speriamo che a Torino seguano almeno il consiglio di Velasco: chi vince festeggia, chi perde spiega. Perché il calcio a 5 italiano, nei suoi palazzi dirigenziali, mantiene la brutta abitudine di togliersi i sassolini dalle scarpe anche quando vince. Perché non festeggiare e basta? Perché non godersela, la vittoria, senza aggiungere altro? Siete i migliori, almeno per questa stagione. Vincere è l’unica cosa che conta, non con-VINCERE.

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Adesso comincia, o forse è già cominciato da un pezzo, quello che chiamano il Futsalmercato, tutto attaccato. Somiglia più a un bazar, di quelli che si trovano nella kasbah di Casablanca. È la stagione degli addii, e la regola non scritta dice che più pesa il giocatore che se ne va, peggiore è la situazione economica di chi lo perde. Ma è anche la stagione delle conferme, e vista la caducità delle società di calcio a 5, confermare qualcuno è un modo per dire: siamo ancora vivi, siamo una grande famiglia, o una famiglia grande, scegliete voi, io al massimo cambierei una consonante. Poi però, a sentire certe storie su come vanno le cose in certi club, viene da chiedersi quanto siano disfunzionali, davvero, queste famiglie.

Il calcio a 5 italiano vi racconterà tutto, persino la conferma del magazziniere e dell’omino con lo scopettone. È una disciplina diversa, no? Nel calcio a undici nessuno saprebbe dire chi è il magazziniere, qui viene annunciato come un giocatore vero. Perché siamo una famiglia. Ve lo ricordate?

Noi resteremo qui, a raccontare quello che gli uffici stampa non scrivono. Per non lasciarvi alla mercè dei “lanciatori di pietre e nasconditori di mano” e degli specialisti del punto interrogativo che non risponde mai a niente.

Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.